di Gaudente Speciosa
Finalmente, dopo il collage di Roberta, il mio blog si pregia di una nuova ospite, una donna dal nom de plume alquanto intrigante: Gaudente Speciosa. Mi ha trovato lei, dopo aver letto un mio racconto in rete, e mi sono subito infatuato della sua scrittura inusuale e magnetica. Di lei so solo che è donna e ama Landolfi e Bufalino, e la sua prosa a mio modesto avviso è debitrice di quel genere di letteratura. Quando ho saputo che scriveva solo sui social l’ho invitata nel mio blog e, con mio grande piacere, ha accettato. Pubblico quindi il suo primo scritto; ne seguiranno altri ma se vi incuriosisce cercatela su Facebook dove potete leggere altri suoi pensieri.
Limpida essenza di parole, niente di più. Nessun nome, nessuna faccia, niente passato o futuro. Presente. Il qui e ora tanto inseguito. Riflessioni, riverberi, associazioni. Osservo e non giudico, o almeno ci provo. Irritazione, anche. Scrivo per concedere una tregua ai miei occhi, sbeffeggiare la morte dal becco giallo. Mai sbocciata, né madre né padre, una mezza città da raccontare, niente che possa ricondurre a un artefatto del reale.
Quando iniziai l’esperimento di una nuova non-identità su Facebook, non mi aspettavo d’avere dei lettori, neanche mi interessava. Volevo e voglio affrancarmi dagli schemi, dalle rugose gabbie dorate entro cui bisogna stare. Libertà di scrivere è la mia, di getto, imperfetta, improbabile pure. Cronache di un cantastorie che non cerca né gloria né approvazione. Ciò che dovrebbe essere o diventare chi scrive. Invece. Il presenziare, l’apparire, il mostrarsi sempre capace e non dire mai: no. Svanire dovrebbe la mano dell’autore per dare forza, sostanza, insensatezza, imbastire racconti non inclini alle “mode”, sovrastare il tempo e l’oblio. Farsi eterno giullare delle non storie.
Se sono qui è grazie ad Alberto che, leggendomi sul social citato, ha voluto condividessi sul suo blog qualche mio scritto. Mi inchino e abbraccio il suo coraggio di ospitare chi neanche è riconducibile a.
Perché io, dunque, è la domanda che mi sono posta dopo l’invito. Non ho una risposta e cercarne una mi pare superfluo. Sostanza, senza nessun fraintendimento.
Riconosco che pecco di corretta grammatica, in certi scritti le regole della sintassi sono stravolte o capovolte. Scandaglio sulla soglia dell’appena possibile che vorrei diventasse incomprensibile, illeggibile. Vorrei puntellare il guasto, una claudicante caduta e non pensare al giudizio, alle opinioni, il piace non piace, bello o brutto, corretto, sbagliato. Utopicamente e con celata presunzione, inseguo la libertà di essere e non essere, contravvenendo al filosofo di Velia. Osservo e raccolgo. Una nuova forma di stare.
Scrivo, dunque sono? Riflesso senza. Raggomitolata dentro una voce – la mia? – a immaginare l’inimmaginabile, unica abitante di un pianeta solitario, come il piccolo principe e la sua rosa, sedotta da un sonno perenne.
Sparire, mare in burrasca, apparire altro alle prime luci. L’unica concessione il femminile che è in me, non avrei potuto fare altrimenti. Appartengo alla specie in estinzione. Che di umano ha dimostrato negli ultimi anni di avere ben poco.
L’inizio e la fine di tutte le cose. Il dolore che mastico senza digerirlo. La memoria intrisa di volti opachi, leggere apparizioni, ossessionata da sogni ingombranti. Viandante senza illusione, io forestiera presenza in pagine fitte come in un bosco di betulle. Come, come.
E fate voi, nuovi lettori, fate di queste spurie e polverose parole ciò che volete. E se non ci trovate un senso poco importa. Con il pollice passerete ad altro e cercherete un consono conforto al vostro stare al mondo. Il mio è appena un respiro che raschia la gola, prende e riporta, custodisce e abbandona.
Perché io?
#laspeciosa
“[…] non ho pensieri o batticuore, solo questa lucidità nemica che devo soffocare, intorbidare, serrando gli occhi, forzando uno sbadiglio, ammucchiando le ossa… […]”
(da L’ombra delle colline di Giovanni Arpino)