Al vecchio Arturo Ramos la vita era venuta a noia.
Di salute stava bene, era agiato e viveva nel palazzetto di famiglia, affacciato sulla piazza del paese. Non era nemmeno depresso o triste, era semplicemente annoiato. Una moglie non l’aveva mai presa, anche se le pretendenti non erano mancate: uno scapolo facoltoso con una casa prestigiosa era un buon partito e le madri del paese si davano un gran da fare per agghindare le figlie e fargliele passare accanto andando alla messa o durante le feste di paese. Ma Arturo era irremovibile, avere una donna per casa sarebbe stato un fastidio insopportabile.
La sua vita era perfetta così com’era: sveglia il mattino presto e doccia rigorosamente fredda, in qualsiasi stagione, colazione con pane tostato, burro, confetture fresche, succo d’arancia e giornale, recapitato dal garzone del giornalaio. Poi si ritirava nella stanza sottotetto dove si dedicava alla meticolosa realizzazione di navi in bottiglia. Verso l’ora di desinare si vestiva di tutto punto e prendeva posto al tavolo a lui riservato nel ristorante sulla piazza. Il proprietario, Felipe, si profondeva in complimenti e adulazioni, Arturo era un’entrata sicura e poi era un cliente danaroso e distinto, dava lustro all’esercizio.
Finito il pranzo, dopo il cognac e il sigaro, tornava pigramente a casa, dove si ritirava nella stanza da letto per una sana pennichella. Si destava verso le sei postmeridiane, si vestiva in maniera comoda, pantofole di raso blu, veste da camera damascata e sotto pantaloni comodi e una camicia chiusa con un fermaglio d’oro. Alle sette in punto suonava alla porta Doña Pilar che gli portava la cena preparata da lei. Arturo la consumava tiepida, accompagnandola con un bicchiere di vino rosato. Finita la cena, mentre Doña Pilar rassettava, si spostava nel fumoir e si godeva il secondo sigaro della giornata, accompagnato stavolta da un bicchierino del suo prezioso cognac réserve che centellinava con gli occhi socchiusi.
Poi un’ora di lettura, amava i classici, infine si coricava, mai più tardi delle dieci.
Così Arturo trascorreva tutte le sue giornate, con la variazione domenicale per assistere alla messa e la partecipazione alle feste patronali, uniche occasioni nelle quali si coricava un’ora più tardi dell’abituale.
Non si era mai posto il problema se la sua vita gli piacesse o meno, semplicemente la viveva con monotona diligenza. Certo negli anni non erano mancati i tentativi delle sorelle per fargli cambiare attitudine, ottenendo solo la cortese richiesta di tenersi alla larga dalla casa di famiglia che il padre aveva lasciato a lui, unico figlio maschio.
Nemmeno i nipoti avevano scalfito la sua imperturbabilità, i bambini e i giovinetti gli davano un senso di fastidio, non capiva il loro agitarsi e schiamazzare di continuo.
Un giorno, mentre stava per tirare i sottili fili che avrebbero fatto alzare gli alberi e le vele della nave nella bottiglia, l’ultima operazione prima del varo, che nel suo caso consisteva nel tappare e sigillare la fiaschetta in vetro, si era improvvisamente sentito scivolare addosso una noia densa e vischiosa, che l’aveva interamente ricoperto.
La nave era rimasta incompiuta e lui, per la prima volta dopo tanti anni, aveva sospeso lo spiegarsi della sua giornata. Sorpreso e disorientato dall’intensità del cupo sentimento aveva capito che si era stufato della propria vita e che quindi avrebbe dovuto organizzarsi per porvi fine.
Il modo più semplice gli era parso quello di assumere una considerevole quantità di barbiturici. Si era quindi preparato con cura: indossato un pigiama pulito si era steso sul letto con accanto, sul piano in marmo del comodino, un bicchierone d’acqua e un flacone di sonniferi.
Si era preso tutto il suo tempo, credeva si dovesse fare così, ma non capiva bene a cosa servisse se non a ripensare alla noia della propria vita che era il motivo per cui ora voleva porvi fine. Insomma tra un pensiero e l’altro Arturo si era addormentato profondamente, risvegliato ore dopo dal suono del campanello.
Si era alzato confuso, riteneva di aver preso i barbiturici e quindi si muoveva come se li avesse presi, scese al piano inferiore e aprì la porta, trovandosi davanti Doña Pilar con la cena. Dato che aveva un certo appetito andò a mettersi la veste da camera e sedette a tavola.
Dopo cena, senza pensarci, andò nel fumoir a compiere i suoi riti serali, invero annoiandosi molto ma non abbastanza da non compierli. Si addormentò pensando ancora una volta a come porre fine alla sua vita, ormai insopportabilmente noiosa.
Il giorno successivo si alzò, fece la doccia e consumò la colazione. Pensò di riprovare con i barbiturici, ma poi decise che forse provare lo stesso sistema sarebbe stato noioso e sconfiggere la noia con la noia non era una buona idea.
Decise allora di provare con il gas, aprì il rubinetto del forno e mise la testa dentro, avvolgendosi con un pesante asciugamano che avrebbe dovuto trattenere la letale miscela. Sentì la testa farsi leggera, poi un senso di nausea e infine il silenzio. Però non era il silenzio della morte, era il silenzio del forno: il gas aveva smesso di uscire. Arturo non aveva pagato la bolletta del gas e gli avevano sospeso la fornitura. Pur avendo una cucina non l’aveva mai usata quindi lui e il gas si ignoravano a vicenda.
Tolse la testa dal forno e vomitò sul pavimento, aggiungendo schifo alla noia. Ripulì, si ripulì e, sconfortato, sedette in cucina a guardare le piastrelle, fino a che non si sentì meglio.
Non pensava, invero, che sfuggire alla noia fosse altrettanto noioso, si sentiva accerchiato e sopraffatto dalla noia. Ed era una cosa estremamente noiosa.
Alle sette aprì a Doña Pilar, cenò, adempì al rituale del dopocena e si coricò.
La mattina dopo, durante la colazione, ebbe un’idea folgorante, nel senso che pensò di folgorarsi. Cosa mai poteva andare storto se, mentre era immerso nell’acqua, avesse fatto cadere nella vasca l’asciugacapelli attaccato alla presa e acceso? Via, in un lampo stroboscopico!
Procedette dunque alla preparazione: riempì la vasca, attaccò l’asciugacapelli alla presa, si immerse nell’acqua calda, fece un sospiro, accese l’apparechio e non successe nulla. Lo immerse nell’acqua ottenendo solo una forte scossa che gli rilassò gli sfinteri e quindi rimase vivo, frastornato e immerso nei propri liquidi e solidi organici. Se avesse fatto più caso al mondo di fuori avrebbe visto sul portone l’avviso giallo della compagnia elettrica che per quel giorno sospendeva l’erogazione dell’energia per lavori di riparazione.
Arturo iniziava ad essere molto annoiato da tutti gli inconvenienti che gli capitavano, e pensò che forse avrebbe dovuto fare un’uscita di scena più eclatante, qualcosa fuori di casa, la gente che frequentava la piazza sarebbe stata testimone e lui non avrebbe mai potuto fallire, ne andava della sua reputazione.
Così, la mattina dopo, finita la colazione, salì al piano di sopra, aprì la finestra che dava sulla piazza, salì sul davanzale e saltò.
Due piani più sotto gli Ortiz, una famiglia di poveracci che aveva abitato in un basso di sua proprietà, in condizioni pessime e pagando un affitto molto elevato, stavano finendo di caricare su un carro tutti i loro averi per tornarsene al paese natìo. Quando Arturo saltò atterrò proprio sopra allo strato di materassi messi in cima al carro, sette Ortiz e sette materassi. Rimbalzò e atterrò battendo il deretano sul selciato, trovandosi attorno tutti e sette gli Ortiz che lo guardavano con apprensione e scherno a seconda. La señora Ortiz assunse un’espressione contrita, giunse le mani rosse e screpolate e mormorò un madredediòs a mezza voce, il señor Ortiz rigirava il cappello tra le mani imbarazzato e i cinque Ortiz figli lo indicavano ridendo, facendo balletti e tirandogli pezzi di verdura rimasti sul selciato dopo il mercato del giorno prima.
Arturo si alzò tentando di darsi un contegno, ignorò tutti ostentatamente e si diresse verso il portone di casa, per accorgersi che, dovendo morire, non aveva pensato di portare con se le chiavi.
Dovette quindi, con gran vergogna, tornare dal señor Ortiz e chiedergli se, dietro compenso, poteva mandare una delle cinque scimmie che aveva generato ad arrampicarsi al primo piano, entrare dalla finestra e lanciargli le chiavi. Ortiz rassicurò Arturo e mandò il piccolo Pedro in missione. Il bimbo si arrampicò come se avesse avuto le dita palmate, in un attimo fu alla finestra, entrò e si affacciò con le chiavi in mano. Il padre gli disse andale e Pedro lanciò le pesanti chiavi che atterrarono con precisione proprio sulla testa di Arturo. Il mondo rimase un attimo col fiato sospeso, poi la risata incontenibile di Pedrito riportò il mondo a respirare di nuovo e tutta la piazza a ridere più o meno apertamente di Arturo, scalzo (si era lanciato con le ciabatte ai piedi), spettinato, con un bozzo in testa e la camminata zoppicante.
Se avesse potuto avrebbe bruciato il carro degli Ortiz e anche il resto della piazza, invece si girò fingendo contegno, aprì il portone di casa, dal quale uscì Pedrito, il quale, tenendo in mano come un trofeo una zuccheriera d’argento, fece un inchino ad Arturo e andò a riunirsi con la sua famiglia di selvaggi.
Arturo si chiuse in casa, non aprì nemmeno a Doña Pilar. Mai si era sentito così umiliato in vita sua, davanti a tutti poi! Doveva assolutamente trovare un modo così eclatante che avrebbero parlato solo di quello.
Così, mentre attendeva che la piazza scordasse la sua umiliazione, aveva iniziato a fare una serie di telefonate, scendendo ad ogni telefonata un gradino più in basso nella scala della legalità. Finalmente sull’ultimo gradino trovò El Lobo, così si faceva chiamare, un sicario a contratto che dicevano essere infallibile. Arturo gli aveva dato dettagliate istruzioni spiegandogli quale fosse il ristorante e quale il tavolo dove ogni giorno si sedeva a pranzare. Gli aveva chiesto di sparargli lì, sulla piazza, mentre assaporava un taco o una quesadilla. Gli aveva detto che avrebbe portato all’occhiello una gardenia rossa, e gli aveva chiesto di non fargli sapere in alcun modo il giorno in cui avrebbe svolto il suo incarico.Il sicario gli disse che forse sarebbe stato opportuno che vedesse Arturo almeno una volta, per non rischiare, ma Arturo era così abitudinario che era convinto che il caso non esistesse, sebbene nei giorni precedenti avesse avuto diverse prove del contrario.
Così Ramos versò sul conto di El Lobo la cospicua somma che gli era stata richiesta e si preparò all’atto finale. Ogni giorno sedette al suo tavolo, mangiò, si alzò e se ne andò. Iniziò a pensare che forse il sicario, una volta incassati i soldi, avesse deciso di non fare il lavoro, lui aveva solo un numero di telefono e non avrebbe avuto modo di rivalersi.
Il sabato prima di Pasqua Arturo si attardò per un fastidioso problema intestinale e quando finalmente uscì per andare a pranzo vide, seduto sulla sua sedia, un uomo vestito di nero con una gardenia rossa all’occhiello. Era un turista tedesco che avendo visto il tavolo libero ci si era accomodato. Felipe era uscito subito per spiegargli l’equivoco ma mentre Arturo sbarrava gli occhi sul petto dell’uomo sbocciò un secondo fiore rosso, proprio sul cuore.
Ad Arturo venne da piangere e lo fece, lì, sulla piazza, davanti a tutti, e tutti pensarono che il vecchio Ramos in fondo un cuore ce l’aveva se si commuoveva così per uno sconosciuto.
Campò ancora quindici lunghi anni, sempre tormentato dalla noia che non aveva saputo sconfiggere.
Dal canto suo, la noia si pavoneggiò con la morte sostenendo di aver dimostrato di essere lei la più forte. La morte la lasciò dire e scese finalmente a prendersi il vecchio Ramos, mettendo fine all’insopportabile vaniloquio della noia.