Sento il caldo dell’asfalto sulla guancia, cerco di muovere le gambe ma non le sento. Sono stesa a pancia sotto sulla strada. Provo una sensazione di ribrezzo così forte che il mio corpo si rifiuta di muoversi. So che se riuscissi a girare la testa vedrei la mia anima, abbandonata sul ciglio della strada vicino ai preservativi usati. Ma non voglio girare la testa, non voglio muovermi, voglio rimanere stesa qui fino a che non passerà almeno un po’ o fino a che non morirò, in questo momento non mi fa differenza.
Quando avevo deciso di averne abbastanza avevo preso quella strada, forse perché sapevo che era lunga, diritta e non ci passava mai nessuno. Forse perché quella mattina avevo voglia di perdermi nel sole di luglio e di non pensare a nulla, perché speravo di ritrovare un’altra me stessa alla fine della strada, finalmente libera dalle menzogne, dalla miseria e dalla vigliaccheria.
Adesso, mentre inizio a sentir tornare la sensibilità nelle gambe, mentre inizio a muovere la testa graffiandomi il viso sull’asfalto, mentre avverto la sensazione di qualcosa di umido tra le gambe, penso che quello che sono adesso è solo un abbozzo di donna, una crisalide dolorosa, dovevo arrivare al termine della strada per rinascere diversa ma avevo incontrato loro ed era cambiato tutto.
Mentre la macchina correva tutto quello che mi lasciavo dietro sbiadiva nella calura, assieme a tutti gli anni di niente che avevo vissuto.
Poi la macchina mi aveva abbandonato, con un sussulto e un filo di fumo che usciva dal cofano. Ed erano arrivati loro.
Ero ferma da quasi due ore sulla strada, il cellulare l’avevo buttato dal finestrino poco dopo la partenza, troppi ricordi, solo l’idea che qualcuno mi chiamasse a quel numero, chiunque fosse, mi era insopportabile.
Il furgone era grosso, blu scuro, con i vetri oscurati. Avanzava sulla strada senza fretta, sembrava che chi lo guidava volesse solo andare, quando alzai il braccio per fermarlo si stava già fermando, io non volevo pensare a niente, neanche che potessero essere a caccia.
Uno di loro era grosso, l’altro smilzo. Non ricordo per quanto tempo si sono dati il cambio, ricordo solo che mentre avevo sopra il grosso speravo che arrivassse presto lo smilzo, poi mentre lo smilzo si dava da fare speravo che presto arrivasse il turno del grosso, in una specie di cortocircuito mentale nel quale mi rannicchiavo.
Per tutto il tempo l’unica e sola canzone che usciva dalle casse del furgone era “Bella senz’anima” e nel momento in mi strapparono l’anima capii all’improvviso che quella canzone parlava di me. Girai la testa e vidi lo smilzo davanti allo sportello aperto del furgone che teneva la mia anima tra le mani, un cubo bianco e lattiginoso, luminescente. Se la passava da una mano all’altra, pigramente.
Poi lo vidi che con noncuranza la gettava sul bordo della strada, vicino ai preservativi che avevano via via abbandonato fuori dal furgone.
Sono stesa sull’asfalto caldo. Ho finalmente girato la testa e ho visto la mia anima che poco a poco perdeva il suo lucore e si spegneva. So che adesso potrei alzarmi, forse potrei anche camminare, ma non voglio, voglio rimanere ancora qui, non so dove altro andare. Non sono più niente, solo una bella senz’anima.