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Dietro al cancello

    La bambina vestita da sposa sta dietro al cancello scrostato, alla fine del vialetto di terra e sassi che porta dall’uscio di casa alla strada: immobile, tiene i pugni serrati e sembra persa nel vestito troppo abbondante. Da dentro casa si sentono voci femminili parlare concitatamente in dialetto.

    La strada è inondata di sole, nella luce polverosa una vecchia arcigna avanza lenta, le labbra in perenne movimento a salmodiare una qualche preghiera o maledizione.

    In lontananza due uomini stanno litigando, arriva solo l’eco delle loro parole, che cessano quando Rosa Rò passa scalza con le zeppe di lamé in mano e la profonda scollatura che mostra le tette tatuate e un poco cadenti. I due uomini seguono con lo sguardo il culo generoso e le gambe robuste della donna, cercano di pescare qualcosa dal repertorio maschioso ma è mezzogiorno e ci sono momenti nei quali la seduzione di una birra gelata è più forte di ogni altro richiamo. 

    Nel frattempo dalla casa sono uscite tre donne, una sicca sicca e scarmigliata, una compunta e l’altra vecchia e chiatta.

    Mentre Rosa procede ondeggiando verso la fine della strada, i due uomini entrano nel bar più vicino, che è anche l’unico, per consumare il loro incontro d’amore col luppolo. Rinfrancati dalla birra si diranno l’un l’altro sghignazzando le frasi volgari che avrebbero rivolto a Rosa e, forti di altre tre birre a testa, finalmente andranno a casa per la pennichella.

    La vecchia si è fermata in mezzo alla via e, improvvisamente tacita, tende le orecchie a cogliere per prima il rumore dei motori che si avvicinano, ancora appena una vibrazione nell’aria.

    In lontananza compare un corteo di auto, tutte macchinone vecchie e grosse, dietro il cancello le tre donne si sono avvicinate alla bambina e la donna secca tenta con gesti nervosi e maldestri di sistemarle il velo sulla testa, senza riuscirci: la coroncina che regge il velo è troppo grande e poggia sulle orecchie sporgenti della bambina, che piccola e gobbetta com’è sembra un topo spaventato vestito di bianco.

    Il rombo aumenta e il corteo si materializza nella calura del mezzodì, fermandosi qualche metro prima del cancello. Dalla prima macchina scende un uomo col cilindro e un abito da imbonitore da circo che giunto davanti al cancello si toglie il cilindro e fa un inchino davanti alle tre donne e alla bambina, che non ha mai cambiato espressione. Poi il cerimoniere batte due volte le mani e dice “Allons, les arabes!”.

    Si sente un veloce scalpiccio e davanti al cancello si materializza un improbabile gruppo di danzatori arabi, che indossano fez rossi come la fascia di stoffa che li cinge in vita. Iniziano una coreografia un poco scoordinata muovendo velocemente i piedi, girando su sé stessi e facendo approssimativi gesti arabi. La donna scarmigliata batte le mani fuori tempo, la donna compunta rimane compunta e la vecchia chiatta si segna tre volte per via che i mussulmani non si sa mai.

    Si segna anche l’altra vecchia, quella sulla strada, che si è fermata a guardare lo spettacolo con un’espressione di riprovazione e biascica anatemi, però rimane a guardare.

    Rosa Rò, ormai quasi in fondo alla via, torna indietro incuriosita portandosi dietro il peso di una vita con poche gioie, che la fa camminare stancamente.

    Dal bar sono usciti un paio di avventori, e qualcuno si è affacciato al balcone, incuriosito o disturbato dalla musica.

    I danzatori arabi iniziano ad accusare la fatica e il caldo, il cerimoniere se ne accorge e batte due volte le mani. Gli arabi fanno un profondo inchino verso le tre donne e la bambina e si allontanano verso il fondo del corteo, con uno scalpiccio ora più lento.

    Il cerimoniere batte ancora le mani e dice “Voilà les méxicains!” e arriva correndo un gruppo di individui sovrappeso che ansimano un poco dentro i vestiti da mariachi. Ognuno di loro porta uno strumento, chi un chitarron, chi una tromba, chi un violino. Sul capo portano enormi sombreri neri che sembrano pesare un quintale l’uno.

    Quando sono in formazione davanti al cancello il suonatore di maracas si mette davanti agli altri e inizia a cantare con voce acuta Cuando calienta el sol, con gli altri musicanti che gli fanno il coro con voci vibranti e ispirate. Dietro al cancello la vecchia chiatta canticchia, ricordando forse un tempo in cui il sol calientava anche per lei. Ma basta un’occhiataccia della donna compunta e la vecchia si fa nuovamente seria.

    I messicani finiscono lo spettacolo e dopo il consueto inchino se ne vanno verso il fondo del corteo.

    È poi la volta delle danzatrici del ventre, poi vengono le ballerine hawaiane e infine il cerimoniere, che con voce da crooner canta I found my love in Portofino. Sulle ultime note si sente una voce che grida “Avante cu li mugghieri!”.

    Dal fondo del corteo avanza un gruppo di donne nerovestite col capo coperto da un velo, che si dispongono davanti al cancello e iniziano un salmodiare monotono, cui la vecchia ancora ferma in strada si unisce mentre si segna a ripetizione.

    Rosa Rò, un poco in disparte, si è seduta su un gradino, ha poggiato a terra le zeppe e sta pensando con amarezza che quella che ha appena vissuto sarà probabilmente la parte migliore di quella giornata e anche delle successive. Come ogni giorno dice a sé stessa che vita di merda, e mentre lo dice sa che non avrà mai la forza per cambiarla.

    Le prefiche intanto continuano la nenia, sulla quale si eleva la voce solista che inizia un salmo responsoriale con le tre donne dietro al cancello.

    – Madonna de lu pentimentu –

    – Madonna de lu turmentu –

    – Madonna di la sofferenza –

    – Madonna di la pazienza –

    – Madonna di lu cristu ‘nzeppato ni la croce –

    – Madonna afona ca nun se senti la voce –

    – Madonna vistita de neru –

    – Madonna sagliuta sul peru –

    – Madonna di lu catrame –

    – Cristu di lu verderame –

    La vecchia in strada ha recitato con cattiveria sia la botta che la risposta e adesso lancia occhiate di fuoco a chiunque la guardi ma nessuno la guarda.

    Rosa Rò poco alla volta ha guadagnato la fine della strada ed è sparita dietro l’angolo, gli avventori sono tornati nel bar e le prefiche e il cerimoniere sono saliti a bordo di una delle auto.

    Il corteo inizia lentamente a muoversi fino a che, a metà circa, si ferma. Davanti al cancello la macchina più grossa e lucida, con i vetri oscurati.

    Dal nulla compare un ometto scuro e dall’aria incattivita che grida

    – Chiamammu a Don Pascali!

    E il coro

    – ‘On Pascali, ‘On Pascali!

    Per tre volte risuona l’invocazione, poi di colpo il silenzio, interrotto solo dal fruscio del finestrino posteriore che si abbassa. Dentro un uomo basso e calvo, col doppio mento, le labbra carnose e orecchie dai lobi grandi. Gli occhi sono nascosti da occhiali scuri, in mano tiene un bastone dal pomolo in oro e diamanti in foggia di testa di serpente; sul lato destro della bocca una cicatrice che scende in basso fino alla mandibola, un velo di sudore gli copre la fronte troppo grande.

    Gira la testa verso il cancello e lentamente si toglie gli occhiali, scoprendo gli occhi di un azzurro chiarissimo che sposta sulle tre donne, una per volta. Loro sono immobili, perfino la donna scarmigliata che ha ballato e riso e pianto per tutto lo spettacolo sta ferma e zitta. Poi lo sguardo di Don Pasquale si sposta sulla bambina che lo ricambia con la sua espressione indecifrabile.

    Don Pasquale sporge una mano dal finestrino e fa un cenno al cerimoniere, poi il finestrino si richiude silenziosamente. Il cerimoniere si avvicina al cancello e porge una busta gonfia alla donna compunta. La vecchia chiatta cerca di prendergliela ma ci guadagna uno schiaffo sulla mano e una sfilza di improperi, che continua fino a che non spariscono dentro casa dove continuano a questionare.

    Nel frattempo il cerimoniere ha aperto il cancello e, presa per mano la bambina, la fa salire in macchina accanto a Don Pasquale. Poi per l’ultima volta si inchina davanti alla donna scarmigliata, sale in macchina e il corteo se ne va lentamente, come fosse una creatura vivente che avesse improvvisamente esaurito l’energia.

    La donna scarmigliata ora piange guardando il corteo che si allontana, poi si distrae perché vede la vecchia ferma in mezzo alla strada, che le lancia un’occhiataccia e se ne va biascicando senza sosta. Segue la vecchia per un po’ con lo sguardo, poi guarda a terra e vede che sul terreno secco e sassoso sono spuntati pochi sparuti fili d’erba. Li toglie ad uno ad uno e li getta nel terreno secco e sassoso del vicino, poi si asciuga gli occhi e il naso col dorso della mano, si pulisce la mano sul grembiule e rientra in casa.

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