Ciao,
è tanto che ho smesso di scriverti, magari non te ne sarai nemmeno accorto.
Non mi hai mai risposto, forse hai deciso di non farlo; ti capirei, so di essere stata una delusione per te.
In questi giorni strani e crudeli, con il futuro che si accartoccia attorno alle sbarre davanti a me, ho deciso di riprovarci, c’è una cosa che ho bisogno di dirti e non avrò altre occasioni.
Era stato un inverno strano, con giorni freddissimi seguiti da temperature alte per la stagione.
I nostri laghi si erano immediatamente ghiacciati e ogni giorno appena finito il pranzo correvamo ad infilarci i pattini e poi via a volare sull’acqua solida, sibilante o crepitante secondo che corressimo veloci o facessimo una delle nostre derapate.
Noi eravamo sempre i primi, sempre insieme. Io disegnavo con le lame lunghe linee curve e tu le trasformavi con linee spezzate e sventagliate di spruzzi, e alla fine quel disegno eravamo noi.
La nostra vita sembrava una giostra che girava lenta, rassicurante, non ci rendevamo conto che stavamo correndo a perdifiato verso la vita. Comunque fosse, per noi, allora, la vita non aveva altro colore che quello del sole, non ci sfiorava il pensiero di come avrebbe potuto essere, non era importante. Sarebbe stata la vita, e questo bastava.
Tra noi c’era tutto, non ho mai pensato che mancasse qualcosa.
E così era arrivato quel giorno, dopo il freddo glaciale un sole stranamente tiepido aveva ridotto lo spessore dello specchio ghiacciato, ogni giorno un po’ di più. Ormai non c’era più nessuno che pattinasse, troppo pericoloso. Per tutti, non per te. Mi avevi portata per mano fino al lago e senza parlare avevi indossato le lame. Io ero rimasta per un momento sospesa, senza pensare, poi avevo indossato anch’io i pattini.
Eravamo davanti al lago ghiacciato, vedevamo il ghiaccio sottile, in alcuni punti, verso il centro del lago, le prime crepe. Tu mi avevi detto solo andiamo e dopo un attimo eri sul ghiaccio, così leggero che sembravi non toccarlo. Mi guardavi, mi aspettavi. Avevo paura ma non potevo non seguirti.
Il ghiaccio era davvero sottilissimo ma miracolosamente reggeva. Fu in quel momento che tu mi dicesti “Riesco a sentire l’odore del ghiaccio e so che non si romperà, chiudi gli occhi e cerca di sentirlo anche tu, è un odore freddo e un po’ aspro”.
Come sempre mi fidai di te e chiusi gli occhi ma, per quanto mi sforzassi, non riuscii a sentire l’odore del ghiaccio. Però intanto quel pensiero aveva spinto in fondo il pensiero della paura e pattinavo leggera e cieca, sapevo che tu mi stavi guardando e avresti avuto cura di me.
Furono dieci minuti di una tale intensità che non ci dicemmo niente. Tornammo senza nemmeno tenerci per mano, mentre camminavamo ti guardavo, e all’improvviso qualcosa dentro di me si ruppe. Non avevo sentito l’odore del ghiaccio, non c’ero riuscita, avevo dovuto chiudere gli occhi per vincere la paura, per la prima volta non avevamo fatto qualcosa insieme ma tu avevi fatto qualcosa con me. Ci salutammo, tu avresti presto archiviato quel momento tra i tuoi tanti piccoli successi, io iniziavo in quel momento a percepire il mio destino di perdente.
Dopo quel giorno la giostra impazzì e la vita si mostrò all’improvviso, in tutta la sua spietatezza. In poco tempo crescemmo, cambiammo, ci perdemmo di vista, i nostri occhi smisero di guardarsi e prendemmo strade diverse, molto diverse, come sai.
Quello che voglio che tu sappia è che tutta la mia vita, tutte le mie scelte, tutto quello ho fatto è stata una lunga pattinata cieca sul ghiaccio sottile, cercando sempre di sentirne l’odore freddo e aspro, che così tante volte mi ero immaginata. E cercando disperatamente di sentirmi vincente.
Ci tenevo a dirtelo, anche se non cambierà nulla. Tra qualche giorno finalmente il ghiaccio si romperà e io scivolerò giù nell’acqua gelata, per non risalire più.
Non so se leggerai questa lettera, non so nemmeno se la vorrai leggere, ma io ora non ho più paura.