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La bambina brutta

    Avevo visto il dipinto nella vetrina di un rigattiere, seminascosto e impolverato. Indovinavo un ritratto,  l’unico occhio visibile del soggetto, ancora non sapevo chi o che cosa fosse, si agganciò al mio, lo potei avvertire quasi fisicamente. Entrai nel negozio aspettandomi di trovare un vecchio rigattiere misterioso, curvo sotto il peso degli anni e dallo sguardo enigmatico, invece al banco c’era un signore piuttosto pingue, con un grembiule blu e una notevole alopecia. Mi interpellò con un accento indefinibile e io gli indicai il quadro in vetrina. Per un attimo mi fissò e pensai che stesse per parlare, invece si avviò verso la vetrina e iniziò ad armeggiare spostando oggetti di varie fogge a me perlopiù sconosciute, fino a che non estrasse, con insospettata delicatezza, il quadro. Lo poggiò sul banco e iniziò a spolverarlo delicatamente con un pennello di martora, che a mio giudizio doveva valere più del quadro che stava contribuendo a pulire.

    Ero abbastanza colpito dal contrasto tra l’aria stolida del proprietario e la cura con la quale puliva il dipinto, che, man mano che veniva alla luce, mi attirava a sé con una forza quasi magnetica.

    Nel frattempo sentivo provenire vari rumori dalla vetrina, guardai il rigattiere con aria educatamente interrogativa e lui fece spallucce, dicendo qualcosa sul fatto che quando la bambina andava via gli altri oggetti dovevano riposizionarsi per creare un nuovo equilibrio.

    Gli chiesi cosa volesse dire e lui bofonchiò la bambina va, la bambina sempre torna. Poi senza dire altro sparì nel retrobottega e dopo un po’ ne uscì un vecchio curvo, con una barba caprina e lo sguardo enigmatico. Mi guardò in silenzio, poi mi disse va meglio così? Era questo che voleva? E non mi guardi con quell’espressione ebete, ormai siamo in pochi a trattare gli oggetti viventi, e per poterlo fare bisogna essere dei mutaforma, è l’unico modo per farsi ascoltare dagli oggetti.

    Dunque lei porterà con sé la bambina, e magari sarà lei a trovare la sua casa, dove potrà fermarsi. Ancora quello sguardo, mi sto quasi pentendo di darle il dipinto, non so se lei sia pronto, però avverto in lei un’urgenza che non posso ignorare. Detto questo trasse da sotto il bancone un foglio di carta da pacchi e avvolse con cura il quadro.

    Dentro di me le sue parole suonavano stranamente familiari, come familiare mi era apparso il quadro al primo, parziale sguardo. Mi chiesi in che sorta di avventura io mi stessi inoltrando ma non era una domanda alla quale fossi in grado di rispondere. Misi mano al portafoglio e chiesi al vecchio il prezzo del dipinto, conscio che qualunque fosse non avrebbe cambiato il mio bisogno di averlo, e lui con un sorriso inquietante mi rispose che il dipinto lo avrei pagato quando lo avessi riportato, se l’avessi fatto. Poi si girò e si avviò verso il retrobottega, dal quale poco dopo uscì lo stolido che disse per favore andare che io deve chiudere.

    Arrivato a casa appesi il quadro sulla parete di fronte al letto, non so perché lo misi là, credo lo decise lui.

    Mi sedetti sul letto e lo guardai finalmente con l’attenzione che meritava. La bambina non sembrava proprio una bambina, o meglio lo sembrava ma allo stesso tempo sembrava anche la versione attempata di sé stessa. I lineamenti indefiniti inducevano alterazioni percettive piuttosto marcate che iniziavano a farmi avvertire una sensazione di instabilità. Mi sembrava che l’immagine mi parlasse con voce muta e che si aggirasse per la stanza, avvertivo dei movimenti ai margini del mio campo visivo e anche se spostavo lo sguardo i movimenti rimanevano sempre inafferrabili.

    Poi successe.

    La mia statura iniziò a ridursi, sentii le braccia ritrarsi e poi sparire, poi una forte pressione e un dolore al petto mentre spuntavano due seni che sembravano non voler finire mai di ingrossarsi. Il viso iniziò ad allargarsi e a schiacciarsi, sentivo le ossa che si rompevano per adattarsi alla nuova forma. I piedi si rimpicciolirono e le dita si storsero in modo innaturale, i capelli mi caddero a ciocche e quando toccavo i denti con la lingua dondolavano e si staccavano. Il pene si ritirò su sé stesso e rientrò nella pelvi, diventando una rudimentale vagina.

    Lottavo per mantenere il controllo mentale durante la trasformazione, ma i pensieri che mi affollavano la mente mi erano sempre più estranei. Sentivo delle voci ovattate che non riuscivo a localizzare, dicevano eccola… sta tornando… è proprio lei…

    Non capivo di chi parlassero, l’udito funzionava male, protendevo la testa verso le voci ma il collo corto e rigido mi provocava delle fitte che mi facevano ronzare le orecchie. Provai a fare un passo, persi l’equilibrio e istintivamente protesi le braccia che non avevo, atterrando con la faccia sul pavimento. Sentii il rumore del naso che si rompeva e poi il dolore, gli occhi mi si riempirono di lacrime e rimasi faccia a terra, non vedevo, non sentivo e quando provai a parlare, fino a quel momento non mi era nemmeno venuto in mente, uscì un suono stridulo e gorgogliante. Il poco che rimaneva di me, della mia coscienza, si arrese sconfitto e fu il buio.

    Mi svegliai nel mio letto e vidi la bambina che mi fissava dal dipinto. Provavo un forte malessere, avevo dolori in tutto il corpo, istintivamente mi tastai le braccia, mi toccai i capelli e saggiai con la lingua la stabilità dei denti. A poco a poco affiorava il ricordo della notte precedente e più ricordavo più rabbrividivo, dovevo scrivere tutto prima di dimenticare, forse se fissavo sulla carta quell’esperienza avrei potuto osservarla con maggior distacco e tentare di capirla. Presi carta e penna ma non riuscii a scrivere una sola parola, avevo la testa vuota e lo stesso vuoto si trasmetteva alle mani che rimanevano ferme. Respirai a fondo e sentii il panico che premeva per affiorare ma mi appellai alla forza di volontà e riuscii a ricacciarlo nel profondo. Ero ben conscio, però, che l’avevo solo sepolto, che rimaneva sempre in agguato, pronto a prendere possesso della mia mente.

    Feci un lungo bagno con acqua caldissima ed essenze rilassanti e finalmente ricominciai a mettere in ordine i pensieri, separando i fatti dalle suggestioni e i ricordi dalle sensazioni. Una volta messo tutto in ordine avrei forse capito come continuare l’avventura appena iniziata. Il compito mi risultò però oltremodo arduo, ricordi, sensazioni, fatti e suggestioni si mescolavano dapprima come corpi densi che si compenetravano con lentezza esasperante, per poi diventare all’improvviso liquidi e velocissimi, tanto da non riuscire più a separarli. La densità del magma e la velocità dell’acqua.

    Capii che non era quella la strada da percorrere e decisi di lasciar andare, abbandonandomi al fluire degli elementi. Nonostante mi fossi svegliato da solo qualche ora caddi nuovamente in un sonno profondo, quasi solido, un blocco di granito che assorbiva pensieri e luce.

    Mi risvegliai senza capire se era ancora buio o già buio, avevo la bocca arsa e le tempie pulsanti, alzai lo sguardo verso la bambina e successe di nuovo.

    La trasformazione fu stavolta più rapida ma altrettanto dolorosa. Quando passò lo shock mi accorsi di essere in una stanza quadrata, completamente dipinta, pareti soffitto e pavimento, di un verde squillante. E in effetti lo percepivo squillare, non sapevo con quale organo di senso, forse con uno che nell’altro mondo non avevo. Le pareti erano coperte di fori rotondi disposti irregolarmente, e da ogni foro usciva la testa di uno scoiattolo che diceva tulù e poi rientrava. Gli animali apparivano e sparivano continuamente e in modo casuale, quindi le pareti della stanza brulicavano di teste, e tutti i tulù che dicevano creavano un tappeto sonoro indistinto, che un po’ alla volta prendeva forma fino a che non mi arrivò un messaggio chiaro: se vuoi andare avanti usa le braccia. 

    All’improvviso tutti gli scoiattoli sparirono nelle tane e attorno a due fori comparve un anello luminoso rosso. Capii che avrei dovuto infilare lì le braccia che non avevo, e scoppiai in una risata isterica. Immediatamente la mia risata fu riprodotta, una sola volta, poi silenzio. Udendomi provai un senso di fastidio per me stesso e fu allora che ritornai in me.

    Ancora una volta ero nel mio letto, ancora una volta la bambina mi fissava dal quadro.

    Distolsi lo sguardo a fatica e cercai di mettere in ordine l’esperienza appena vissuta, senza alcun successo: quando mi trasformavo si trasformava anche il mio pensiero rendendosi a me incomprensibile.

    Da quando avevo portato a casa il dipinto non ero più uscito, mi ero scordato di mangiare e dormivo poche ore, sempre di un sonno granitico. Una parte di me era spaventata dal proseguire l’esperienza, ma la curiosità di vedere dove mi avrebbe portato era più forte.

    Mi preparai pertanto alla successiva trasformazione, che non arrivò. Rimasi ore a fissare il quadro, ma era solo un dipinto e nemmeno piacevole da guardare. Iniziai a sentirmi inquieto, e se fosse stato solo un sogno? Se la suggestione mi avesse sopraffatto facendomi vedere cose inesistenti?

    Man mano che passavano le ore l’inquietudine cresceva, percorrevo la stanza a lunghi passi, non mi risolvevo né ad uscire né a restare. Provai a mangiare ma avevo lo stomaco chiuso. Mi distesi un attimo sul letto, e scivolai nel sonno senza sogni che ormai mi era tristemente familiare.

    All’improvviso spalancai gli occhi, come rispondendo ad un richiamo: la bambina era davanti a me, sul pavimento della camera, e mi guardava immobile.

    Ci misi qualche secondo a superare lo sbigottimento e prima che potessi mostrare una qualsiasi reazione ero di nuovo lei. Stavolta la trasformazione fu più violenta del solito: con una lentezza esasperante mi spuntarono due braccia, o meglio due simulacri di braccia, sottili e di un rosa malato solcato da vene azzurrognole in rilievo, poi fui  di nuovo nella stanza verde dove i due fori orlati di rosso mi chiamavano con ancora maggior urgenza.

    Ricacciai il dolore e la paura, smisi di pensare o qualunque attività mentale praticassi quando mi trasformavo, e infilai entrambe le braccia nei due fori.

    La stanza si dissolse, le braccia sparirono di nuovo e mi trovai davanti ad uno specchio, un enorme specchio che campeggiava al centro di una stanza altrimenti spoglia. Mi vidi riflesso, anzi riflessa, e con mio sommo stupore mi vidi bella: il viso largo, il naso schiacciato, i moncherini al posto delle braccia, tutto questo invece che incutermi timore o repulsione mi affascinava con la sua armonia dissonante, una bellezza inaspettatamente luminosa, di una luminosità indescrivibile se non sentendola sulla pelle.

    In fondo alla stanza comparve una porta, che si aprì lasciando entrare tante presenze simili a me eppure profondamente diverse. Figure monche, storte, zoppicanti, gorgoglianti e afasiche. Mentre mi si facevano vicine percepivo i loro pensieri e ne ero in parte sopraffatto, volevano sapere come era il mondo di fuori, si dicevano felici di rivedermi e mi trasmettevano la loro ammirazione per la mia bellezza e la mia luminosità.

    La ridda dei loro pensieri pareva non finire mai, e allora capii che quello era il mondo della vergogna, dell’inadeguatezza e dell’incapacità di amare sé stessi. Un triste deposito di tutte le brutture e paure che le persone di fuori vivevano nascondendole e cercando di non vederle: tutto si accumulava lì, reietto ma sempre presente, pronto a ritornare fuori nei momenti di scoramento o di vulnerabilità, davanti ad una delusione o ad un rifiuto. Sentii che, diversamente dalle altre volte, anche io ero presente assieme alla bambina, i nostri pensieri si mescolavano e si intrecciavano e tutto sembrava chiaro.

    Appena nella mia mente si fece silenzio iniziai a parlare io, dicendo a tutte loro che la bellezza che vedevano in me era la loro bellezza riflessa, che io non ero nulla più di loro e che solo capendo la loro bellezza avrebbero potuto ricongiungersi alle persone dalle quali erano state separate e rendere inutile il doloroso esilio cui erano condannate.

    Ci fu un attimo di immobilità, una sospensione di qualsiasi attività neuronale, poi le figure iniziarono ad ondeggiare ritmicamente e avvertii un rumore di fondo, come un cupo borbottio, che poco per volta prese la forma di un unico pensiero: tu sei bella, noi no, tu sei bella, noi no… Il pensiero crebbe di volume e iniziò a diventare assordante, le figure adesso si muovevano scoordinatamente e sbattevano una contro l’altra, io cercai di farmi sentire ma dovetti arrendermi. Iniziai ad arretrare verso il fondo della stanza e quando mi appoggiai alla parete sentii un dolore lancinante al petto, mi sentii cadere in un vortice e mi ritrovai nella mia stanza, ansante e sudato, con lo sguardo fisso sul quadro che sapevo essere adesso solo un quadro.

    Dormii per due giorni, facendo sogni che non riuscii a ricordare, poi incartai il quadro e lo riportai al rigattiere. Trovai lo stolido che prese i soldi e mi fece capire che potevo andare. Avrei voluto incontrare il vecchio, ma in fondo che differenza avrebbe fatto?

    Ripassai nel quartiere qualche tempo dopo, sapevo che l’avrei fatto ma avevo cercato di ritardare il momento per non ammettere con me stesso che non avevo smesso di pensarci. Qualcosa del mondo che avevo visitato mi era rimasto dentro e non riuscivo a trovare pace. Quando arrivai dove c’era il negozio del rigattiere rimasi basito: al posto del negozio c’era una saracinesca chiusa e in parte arrugginita, coperta di graffiti e di manifesti mezzo strappati. Sorrisi amaramente pensando che tutta quella storia sembrava la sceneggiatura di un serial scadente e l’improvviso pensiero di esserne stato il protagonista mi fece sentire ancora peggio. Comunque fosse avevo avuto un fugace assaggio di cosa fosse la vera bellezza, sentivo dentro di me la bambina e sapevo che sarebbe rimasta con me per sempre, l’unica casa che potesse avere ero io.

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