“Non più lacrime / sulle sparute ciglia / occhi di sabbia” recita il vecchio giapponese seduto su uno sgabellino in legno su un marciapiede della quinta strada. Vicino a lui un piccolo amplificatore, con un microfono a filo in cui declama i suoi haiku, le parole escono gracchianti e leggermente distorte ma si intonano bene col rumore di fondo di Manhattan.
“Sbiaditi lampi / di malate stagioni / cielo spietato”, il vecchio offre un’altra perla ai passanti, qualcuno getta una moneta nel piccolo bacile colmo d’acqua al quale è appoggiato un cartoncino con su scritto “Pontanadetrevi”, accanto la foto di una giovane giapponese sorridente. Il signor Tanaka, questo il nome del vecchio, nel mondo di prima era stato a Roma con la moglie Mieko, uno splendido viaggio nel quale avevano compiuto il rito del lancio della moneta nella fontana. Si erano guardati negli occhi e lui le aveva detto “Torneremo a Roma”. Non era mai successo, era arrivata la pandemia e Mieko era morta durante la nona ondata, l’ultima e più letale.
Anche Miru ha gettato una moneta nel bacile mentre passava, gli piacevano gli haiku del signor Tanaka, erano tanti i vecchi giap che facevano quel lavoro ma lui era il migliore, il più prolifico e gli faceva sentire una specie di struggimento, come una nostalgia per qualcosa che non aveva conosciuto.
Miru ha vent’anni, è nato dopo la pandemia ed è claudicante. Tutti i nati dopo la pandemia lo sono, una delle mutazioni genetiche conseguenti al virus. L’altra è una parziale afasia che ha colpito i nuovi nati, le strade di New York sono adesso percorse da una massa spettrale di persone zoppicanti tutte allo stesso modo e per lo più silenziose o che emettono faticosamente suoni che sembrano disarticolati.
La città è diventata un enorme mercato all’aperto, tutti vivono sui marciapiedi vendendo quello che possono, dalle parole agli occhi dei loro morti che si possono acquistare e farsi impiantare in una delle cliniche all’aperto nel quartiere di Soho, diventato il quartiere dei chirurghi. Gli ascensori non funzionano più, i grattacieli sono abitati solo fino al quinto o sesto piano, il resto degli alti edifici è appassito e secco come i rami apicali di una pianta ai quali non arrivi l’acqua.
Miru vive sulla terza strada, con la vecchia zia e una gatta che si chiama Pandemikku. La zia è cieca perché ha venduto gli occhi al mercato nero, ha detto al nipote che non c’era più niente che volesse vedere e che il denaro sarebbe servito a lui per crearsi un futuro.
Ma Miru non ci è riuscito, non capisce nemmeno bene cosa voglia dire crearsi un futuro ma alla zia non l’ha detto per non farle dispiacere. Così esce la mattina, vaga zoppicando per tutto il giorno e la sera torna a casa e racconta faticosamente alla zia le cose che ha visto. In realtà le racconta i ricordi che compra dal signor Tanaka, è a lui che Miru un poco alla volta dà i soldi degli occhi della zia, così è come se le restituisse la vista sulle cose belle che conosceva e non ci sono più.
Ma il cielo è sempre più blu a Manhattan, un blu intenso, implacabile, uno sfondo in chromakey, senza nuvole di giorno né stelle di notte. Un blu dipinto di blu.