Me ne ero innamorato appena l’avevo vista. Il suo volto campeggiava su una delle vetrine cieche della Casa del Detersivo: capelli neri con la frangetta, occhi blu, una spruzzata di lentiggini sugli zigomi e un sorriso che mi colpiva dritto nello stomaco.
Mi guardava come se mi conoscesse e sapesse quale delle tante espressioni di un volto femminile mi potesse piacere. Ed era proprio la sua.
Il periodo del corteggiamento fu abbastanza complicato, certo non potevo uscire dall’ufficio e piantarmi davanti alla vetrina quindi iniziai ad andare sempre più spesso a fare acquisti alla CDD, parcellizzandoli in modo da tornarvi il più presto possibile. Passavo davanti alla vetrina all’andata e al ritorno e ogni volta mi fermavo il più possibile, fingendo una telefonata o una scarpa slacciata per potermi trattenere ancora un poco: lei mi sorrideva e mi faceva capire quanto fosse contenta di vedermi, io cercavo di comunicarle i miei sentimenti e le mie difficoltà oggettive. Ma lei non si preoccupava, mi sorrideva felice.
Per fortuna ero un libero professionista ed ero in ufficio da solo, perché dopo il primo mese le confezioni di carta igienica e di scottex iniziavano ad accumularsi. Compravo anche detersivi per la casa o per il bucato, perfino assorbenti igienici, prediligevo quelli con ali.
Non avevo però messo in conto che la mia assiduità potesse essere fraintesa fino a che una delle commesse, una moretta peperina con un bel culo rotondo, iniziò a flirtare con me. Prima celiando, poi sempre più esplicitamente mi fece capire di aver capito che andavo così spesso in negozio per lei e alla fine, mio malgrado, la invitai ad uscire. Tornando in ufficio mi scusai con la mia innamorata ma lei mi disse che non le importava, se serviva a vederci più spesso lei era contenta.
Così iniziai la mia relazione con Marìka, ci tenne a spiegarmi che Màrika era un nome dozzinale ma la variante che usava lei era occhèi, così disse. La ragazza era anche simpatica, piena di un’energia giovanile un po’ fine a se stessa ma piacevole. Certo, facevo un po’ fatica a reggere la conversazione a base di Elodie, Annalisa, Tananai, Ultimo e Lazza (avevo dovuto cercarmeli tutti su spotify e darci almeno un ascolto, porcherie), ma ero in ballo, come si dice.
Insistevo per andarla a prendere al lavoro ogni sera e per passare con lei le pause pranzo. Certo, queste ultime le passavamo in compagnia anche del personale femminile della CDD; poiché io uscivo con Marìka si sentivano in diritto di trattarmi con ruvido cameratismo, che comunque era preferibile a quando cercavano di rendersi interessanti con banalità da social; in questi casi assumevano un’espressione tra il saputo e il complice che tolleravo a fatica.
Tutto questo si dissolveva quando potevo passare un po’ di tempo col mio amore, che mi rassicurava col calore del suo sorriso. Non volevo pensare al futuro, non volevo fare progetti, vivevo l’istante: in fondo era quella la parte più bella dell’amore, io e lei senza vincoli, senza lacci, solo amore.
Passarono sei mesi, invero un po’ pesanti, e la relazione con Marìka si sfilacciò fino a ad interrompersi con lei che con aria da ticktocker navigata, mi diceva “Tu non riesci ad amare me perché non ami te stèsso” (ne ha fatti di danni la ferragna).
Tornai a vivere liberamente la mia relazione: sole, pioggia, neve, caldo, freddo lei era sempre radiosa e felice di stare con me. E io ero felice di stare con lei.
Poi un giorno successe. La vidi, viva, reale, che camminava in una strada del centro. Era bellissima, finalmente vedevo la sua figura slanciata, il suo passo sicuro e l’ondeggiare dei suoi capelli; mi resi conto con dolore quanto quegli aspetti di lei mi fossero mancati. La seguii, senza fretta, pregustando il momento in cui mi sarei palesato e la nostra storia sarebbe diventata reale. Entrò in un caffè e io capii che era quello il momento che aveva scelto per congiungersi a me. Entrai nel caffè con il cuore che mi batteva all’impazzata e la vidi, di fronte a me: era lei. Però non guardava me ma un giovane seduto davanti a lei, dall’altra parte del tavolino, gli teneva la mano mentre gli sorrideva come sorrideva a me.
Mi sentii precipitare in un pozzo nero senza fondo, la disperazione mi assalì come un blob malefico e vomitai sul pavimento del caffè: l’unico sguardo che lei mi rivolse fu di disgusto. Poi svenni.
Mi risvegliai su una barella del pronto soccorso, con un ago-cannula sulla mano da cui partiva un tubicino collegato ad una sacca da flebo. Mi tennero in osservazione per qualche ora, poi mi mandarono a casa od ovunque volessi andare e io volevo andare solo in un posto, dovevo sapere.
Arrivai davanti alla vetrina con lo stomaco annodato, lei era lì, bella e radiosa come se non fosse successo niente. La interrogai, non rispose. Insistetti, non rispose. Capii il messaggio, sono un uomo di una certa esperienza e so che quando l’amore finisce non c’è niente da fare, per quanto doloroso possa essere.
Così tirai fuori dal mio tascapane la bomboletta di colore nero che avevo preparato prevedendo e mentre piangevo e le cantavo “Poster” di Baglioni (non amo Baglioni ma vista la circostanza mi sembrava la canzone giusta) annerii con la vernice nera tutta la vetrina, fino all’ultimo angolo, per cancellarla dalla mia vita.
L’ultima cosa che lasciai scoperta furono gli occhi, la sua ultima possibilità di pentirsi.
Poi coprii anche quelli.