Renato apre gli occhi nell’oscurità. Cerca di muoversi ma non ci riesce, il vestito che lo avvolge è aderente e stretto. Gli sembra di avere un macigno sulla testa e l’odore dolciastro che pervade l’ambiente lo infastidisce. Cerca di ricordarsi come sia finito lì ma la sua memoria non lo assiste, solo immagini nebulose e poco rassicuranti. Prova a spostare il peso di lato ma a parte un crepitio indecifrabile non ottiene altro risultato. Che situazione di merda. Appena fatto questo pensiero lo riconosce come familiare.
Adesso si sente peggio di prima, continua a ripensare la stessa affermazione come se da questa potesse risalire a non sa nemmeno lui cosa: non sa dov’è, chi è e cosa succederà, se qualcosa succederà. La qual cosa sarebbe preferibile che rimanere sospeso e incapacitato come si sente adesso. O forse no, se dovesse succedere qualcosa di peggiore. Decisamente una situazione di merda.
Che situazione di merda, pensa Renato tra sé e sé mentre riconta per la centesima volta i soldi dentro al borsone e per la centesima volta il risultato è lo stesso: sessantamila euro in meno di quanti dovrebbero essere. Eppure lui aveva fatto bene i calcoli, almeno gli sembrava. Un contrattempo, niente di irreparabile, al prossimo viaggio sistemiamo, sicuramente tra di noi non c’è bisogno di farsi problemi. Più rivedeva nella sua mente lo spiegarsi della situazione meno si sentiva sicuro che sarebbe andata come previsto.
La vacanza con Domnika era stata un po’ troppo cara a dire il vero, ma d’altra parte lui aveva speso un bel po’ in drink nel bar dove lei lavorava, solo per guardarla e scambiare con lei qualche battuta salace che appena gli usciva dalla bocca suonava solo come un patetico tentativo di rimorchiare.
Lei giocava a fare la pupa del gangster, e con il suo accento rumeno che lui trovava tanto sexy gli buttava lì che a lei piacevano i vincenti, che in una storia tutti e due dovevano metterci qualcosa, lei ci metteva sé stessa e la controparte metteva i soldi, possibilmente tanti. Insomma Renato le aveva lasciato intendere che lui di soldi ne maneggiava tanti, che aveva un lavoro pericoloso ma ben pagato e che era uno scafato della madonna. Lei aveva fatto due calcoli, lo sfigato spendeva parecchio al bar e lasciava mance interessanti, quanto al resto non era importante, in fondo come minimo un weekend col conto aperto lo avrebbe ricavato.
Ora, Renato faceva semplicemente il corriere per il signor Lin Pi, un cinese grasso che aveva un ristorante altrettanto cinese proprio sotto casa sua. Una volta che, esasperato dagli schiamazzi e dall’odore di glutammato, era sceso per cantare le sue ragioni, Lin Pi non l’aveva nemmeno lasciato parlare e gli aveva detto che gli sfigati come lui li riconosceva dall’odore e che invece che rompe cazzo a lui poteva lavorare per sua altra attività, e aveva fatto seguire la frase dal labiale conosciuto come aumm’ aumm’ o birra e salcicce. “Io in feste famiglia sempre imita tòto, moglia mi dice che somiglio proprio, figli mi dice kěliánche voi dite patatico, credo”. Renato naturalmente non era riuscito a fare altro che stare a sentire lo sproloquio di Lin Pi perché, onestamente, non aveva un granché di palle. Ma visto che il grassone aveva una dotazione di SUV e monili d’oro degna di un boss aveva deciso di ascoltare la sua proposta, anche perché stavano per togliergli il reddito di cittadinanza e non aveva idea di come se la sarebbe cavata.
E così aveva iniziato i suoi viaggi da e verso il confine svizzero, con uno dei SUV del cinese che partiva carico di soldi e tornava carico di polveri variamente stupefacenti. Lui non doveva fare altro che guidare e ascoltare l’autoradio o i CD, a piacere, aspettare degli altri cinesi più magri e più inquietanti, che entravano in camera in tre: uno, azzimato, si sedeva sull’unica poltrona, il secondo stava impalato accanto alla porta con la mano sulla fondina e il terzo, dall’aspetto ragionieristico, contava i soldi con una macchinetta apposita e annotava in cinese su un libricino. Renato sapeva che mentre facevano la conta nel garage sotterraneo altri cinesi imbottivano il SUV di polveri illegali, lui avrebbe semplicemente parcheggiato il SUV dietro al ristorante di Lin Pi e avrebbe trovato la sua paga, invero generosa, sul pavimento della sua stanza. Non aveva chiesto come entrassero nell’appartamento, aveva imparato a non fare domande.
E finalmente aveva portato Domnika a passare un weekend in un hotel di lusso in un posto da sogno, almeno così la vedeva lui, sicuramente erano un posto e un hotel oltremodo cari, ma Renato confidava nell’incremento dei suoi viaggi e della sua paga e così aveva scialato allegramente, e anche se non l’avesse fatto ci avrebbe pensato Domnika che tra champagne, cene di pesce, giri in barca, sci d’acqua e parasailing, tutte cose che il gangster Renato nemmeno si sognava di fare, aveva tirato su un conto esagerato, molto esagerato. Renato aveva dovuto spendere molto più di quanto avesse pensato e alla fine aveva cominciato ad andare sotto. A quel punto aveva iniziato a ragionare col cazzo, come si dice, e si era fatto una storia in testa che poteva prendere a prestito dei soldi della consegna e poi palleggiare la responsabilità tra loro e Lin Pi e poi al viaggio successivo avrebbe integrato con la sua paga. Insomma proprio un ragionamento del cazzo, ma tant’è: ormai era lanciato a piena velocità sul piano inclinato che terminava nella patata di Domnika, ormai a portata come non mai.
Ma Renato non era bravo a capire la realtà e quando l’aveva trovata nella hall con la valigia pronta che gli aveva detto tu finito weekend e soldi io trovato amico che porta altro posto lui aveva fatto una faccia così contrita che lei gli aveva detto tu troppo buono, se muore tu reincarna in bacioperugina. Poi aveva anche detto preso poco di soldi di stanza pe spese personali. Renato vedeva solo una patata rumena che svaniva all’orizzonte e sentiva sulla nuca un pizzicorino che erano tutti gli altri pensieri che al momento non considerava ma che avrebbero presto preso il sopravvento.
Che situazione di merda, pensa Renato, mentre si alza e va ad aprire la porta ai cinesi, che come al solito entrano senza profferire parola. Il gorilla alla porta, l’azzimato sulla sedia e il ragioniere al tavolo. Unico rumore il fruscio delle banconote nella macchinetta contasoldi. Il ragioniere finisce il conteggio, apre il librino, annota qualcosa e poi dice una sola parola in cinese, che Renato non sa significhi “sessantamila”.
L’azzimato si alza con espressione neutra e si avvia verso la porta mentre Renato non capisce come fare ad iniziare il discorso che ha deciso di fare se nessuno parla. Il ragioniere ripone nella valigetta i suoi effetti ragionieristici e chiude la zip della borsa con lentezza esasperante. Poi esce dalla stanza, l’azzimato si ferma sulla soglia e guarda Renato negli occhi poi si allontana nel corridoio, il gorilla estrare la pistola col silenziatore e mentre Renato pensa “chissà dove sarà Domnika” gli spara in testa. Chiude la porta con delicatezza e se ne va.
All’improvviso dall’oscurità si passa alla luce e Renato finalmente si guarda attorno e vede altri come lui in file ordinate, ognuno dentro ad un piccolo recinto quadrato dal fondo zigrinato e con quattro piccoli parallelepipedi agli angoli. Sono tutti vestiti con un una tutina di stagnola con sopra delle scritte in blu e tutti hanno un bozzo in testa. Renato proprio non capisce dove sia finito, cosa ci faccia lì, chi siano gli altri uguali a lui, poi all’improvviso viene sollevato, dita gigantesche gli tolgono la tutina e poi lo avvicinano ad una caverna foderata di rosso e dotata di enormi denti sopra e sotto. Renato pensa che situazione di merda, poi viene masticato.