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Ronchon

    Il soprannome era “ronchon”, il nome non lo ricordava nessuno.

    Figlio di emigrati in Belgio aveva lavorato tutta la vita in miniera. Aveva visto il padre sputare sangue mentre si ostinava a scendere e scavare, fino a morire soffocato proprio da quel sangue. Dopo un paio d’anni era morta anche la madre. Lui scendeva e scavava, mangiava e dormiva. Gli anni passavano, la sua statura bassa lo rendeva adatto alla miniera. Poi anche i suoi polmoni avevano ceduto e gli era venuto il “fisema del respiro”. Aveva iniziato a respirare con una specie di grufolo, mischiato ad un borbottio costante. E così invece che “rital” avevano iniziato a chiamarlo “ronchon”.

    Quando finalmente aveva smesso di lavorare aveva deciso di vivere in Italia, dove c’era la casa vuota dei nonni. Non l’aveva mai vista l’Italia, perché i genitori erano sempre stati troppo indigenti per visitare i parenti italiani.

    Era arrivato anziano, curvo e grufolante. Non aveva mai imparato bene il francese e nemmeno l’italiano, si esprimeva poco e in una lingua bastarda che parlava solo lui. Camminava per le strade di una città che non lo conosceva con dei pantaloni troppo corti e delle scarpe troppo grandi, pochi capelli spettinati e il braccio destro che marcava il ritmo del passo.

    Non aveva mai avuto una donna, nessuna donna l’aveva mai voluto. Lui non aveva familiarità con le donne, la loro anatomia gli era aliena. Conosceva invece la sua, quella dei maschi, e quella cercava. Non era omosessuale, era semplicemente funzionale. E quindi quando poteva guardava i maschi nudi o seminudi, guardava i loro cazzi e si masturbava senza farsi vedere e senza nessuna eccitazione se non quella fisica, breve e conclusiva.

    Andava nei cessi pubblici e si metteva a spirare negli orinatoi, a volte se ne accorgevano e lo mandavano via in malo modo o prendeva qualche schiaffone. Ma non se ne curava, viveva la sua vita come sapeva e come aveva sempre fatto, senza tanto capirla.

    Non aveva mai pianto in vita sua, qualsiasi cosa gli fosse capitata gli capitava, e finiva lì.

    Però gli piaceva tanto la luce, dopo gli anni di miniera ancora si incantava a vederla e gli sembrava di non averne mai abbastanza. Anche perché il buio ce l’aveva ancora dentro, negli occhi e nel cuore, che continuava a produrre emozioni anche se lui non le sapeva sentire.

    Quando morì non se ne accorse nessuno, il funerale glielo fece il comune.

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