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Silvia
Perché non succeda mai più

    Mi chiamo Silvia e mi sono fatta uccidere da mio marito. Sono una vittima di femminicidio. È singolare che anche in questi casi il ruolo della donna sia anonimo e passivo. Esiste il crimine, il femminicidio, esiste il perpetratore, il femminicida, e poi c’è lei, la vittima, l’oggetto, l’accessorio indispensabile alla riuscita dell’equazione. Per noi che siamo state uccise da un uomo non c’è un nome, siamo semplicemente le vittime, come lo siamo state di un partner violento, di stalking, di abuso. È un ruolo nel quale siamo rinchiuse e costrette, come se essere donna ed essere vittima fossero sinonimi, e non sono così sicura che questo non contribuisca a perpetuare questo meccanismo perverso.

    Ok, scusate, non sono qui per un trattato di sociologia ma sono qui per raccontarvi la mia storia, quindi iniziamo da dove? Da quando l’ho incontrato? Da quando è cambiato? Dalla prima volta che mi ha picchiata? Non credo che queste cose siano interessanti, in fondo sono tutte uguali, lui che si trasforma un poco alla volta, lei che diventa oggetto e vittima, fino ad un qualche epilogo doloroso e devastante.

    Iniziamo allora da quando le cose erano ormai oltre il punto di non ritorno. Quasi ogni sera mi picchiava, avevo imparato a capirlo da come chiudeva la porta di casa quando rientrava e da come gettava le chiavi sul mobile dell’ingresso. Quando si diventa vittime l’istinto si acuisce, si sa che sta per arrivare il male e anche che qualsiasi cosa si faccia non farà che scatenarlo, incluso il rimanere ferme e zitte, il fare le indifferenti, le affettuose o le spaventate. Non cambia nulla. Arrivano sempre le botte, e tante.

    A lui piacevano le cose forti e io avevo cercato di fargli sentire che se le facevamo insieme anche a me sarebbero piaciute, ma lui non lo capiva, lui aveva bisogno di farle a me, non con me. A volte mentre si preparava a picchiarmi nei suoi occhi c’era una luce quasi divertita. Ma poi si spegneva, e rimanevano solo le sue mani pesanti, le sue urla, il suo respiro rauco. Avevo imparato come sopravvivere: non dovevo cedere troppo presto, altrimenti si imbufaliva perché gli rovinavo il divertimento, non dovevo nemmeno resistere troppo a lungo, altrimenti aumentava la violenza dei colpi. Dovevo capire il momento in cui si sentiva appagato e padrone assoluto e accompagnarlo verso il climax, dopo mi guardava come se non fossi stata niente e usciva di nuovo. Certo a dirlo così viene da chiedersi perché invece di picchiarmi non mi scopasse, infatti a volte lo faceva anche, ma sempre a me, non con me.

    Dopo l’ultima volta lui era uscito e io come sempre ero andata in bagno a guardarmi i lividi, i pochi segni sulla faccia perché lui badava a non lasciarne, gli occhi stanchi e la piega amara della bocca. E all’improvviso ho detto basta, basta svegliarsi domani con il corpo dolorante, basta far finta di nulla, basta dire per l’ennesima volta ai colleghi che essendo sonnambula spesso sbattevo sugli stipiti, basta lui. Certo, la denuncia, il centro antiviolenza, ma queste cose le capisco adesso che è tardi, io prima ero solo una ragazza semplice che aveva sposato un orco, sola con il mio dolore e il mio segreto inconfessabile, con il pensiero che magari era anche colpa mia.

    Quella sera, allora. Lui è tornato e ho capito che c’eravamo di nuovo, ma sapevo che era l’ultima volta e mi sentivo quasi leggera. Lui l’ha tirata in lungo, si è arrabbiato un poco alla volta, quando faceva così era perché sarebbe stato più violento del solito. Quando è stato pronto ha iniziato a prendermi a sberle e io ho resistito. Poi mi ha trascinata per i capelli e mi presa a calci e io ho resistito e lo guardavo. Lui ha aumentato la frequenza e il peso dei colpi aspettandosi che come sempre io a quel punto cedessi. Ma io non cedevo e lo guardavo poco a poco perdere il controllo. Ha iniziato a colpirmi in faccia, non lo faceva mai, mi spezzò un dente e io non cedetti. Mentre mi stringeva il collo lo guardavo e con gli occhi gli dicevo che stava per provare il piacere più grande della sua vita, lui sapeva cosa stava arrivando ma non poteva più fermarsi. Io non sentivo più il dolore, sentivo solo il sollievo perché il mio inferno stava per finire. Non mi fregava niente di vivere, mi aveva tolto anche quel desiderio. Quando smisi di respirare e il mio cervello si spense mi sentii come non mi ero mai sentita in vita mia. Infatti ero morta.

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