Lavoro da tre anni al centro medico, sono una delle receptionist. Ogni quindici giorni passa di qui il ragazzo che viene a rifornire i distributori automatici: uno alto, con un viso belloccio ma anonimo. Quando arriva, qualcuno esclama sempre “C’è quello delle merendine!” e lui abbassa gli occhi. Lo sguardo gli cade sempre sulla targhetta col mio nome appuntata sulla giacca e mi diverto perché so che vorrebbe chiamarmi per nome ma non ha il coraggio. Così mi fa un cenno col capo, al quale regolarmente non rispondo: mi piace farlo arrossire.
Mi incuriosisce quello che fa, anzi come lo fa: il modo in cui tratta le due macchine, con molta delicatezza, sembra quasi accarezzarle. Entra spingendo il carrello con gli scatoloni dei prodotti e inizia sempre da una – quella per le bevande calde.
Legato con una catenella al passante dei pantaloni porta un mazzo di chiavi, ne seleziona una, apre la macchina e attacca al raccoglitore delle monete un sacco di juta, muove una levetta e gli spiccioli iniziano a caderci dentro: credo che il suono gli metta allegria, perché accenna un sorriso. Rifornisce il recipiente del caffè, quelli dei solubili e dello zucchero; aggiunge i bicchieri che mancano; ricarica la fila di palettine, quelle che si usano per mescolare il caffè; infine toglie il sacco , chiude lo scomparto, chiude la macchina e la avvia.
Poi passa al secondo distributore – quello degli snack: sceglie la chiave giusta e apre il portellone. Ci sono sei ripiani: i primi due per i salati, il terzo per i dolci, il quarto e il quinto per le bottiglie, il sesto per lattine e brick. Estrae il primo, che si inclina verso di lui, si incanta a guardare le spirali cromate che fanno avanzare e poi cadere il prodotto.
Mentre procede con il rifornimento mi getta un’occhiata. Fingo di non accorgermene, ma questo tizio timido e un po’ inquietante inizia a destare il mio interesse: è come avesse una qualche connessione con le macchine che rifornisce. Toglie il sacco di juta, chiude lo scomparto delle monete, chiude il portellone e inserisce la card per avviare il distributore. Poi sistema con cura i prodotti rimasti sul carrello e lo spinge verso l’uscita; quando mi passa davanti decido di guardarlo: gli dico “ciao” e con l’indice picchietto sulla targhetta, vediamo se capisce. Non capisce: bofonchia un “ciao” poco convinto e se ne va; così non va bene, quando sono gli altri a ignorare me non lo sopporto; capisco che è uno lento e mi preparo ad essere paziente; ormai devo conoscerlo, devo scoprire cosa nasconde dietro alla sua timidezza. Magari niente, magari qualcosa di molto interessante.
Così passano tre mesi, ogni volta abbiamo fatto un passo avanti, adesso mi chiama Desi e io lo chiamo Devi, sarà un caso che i nostri nomi differiscano solo per una consonante? Ho scoperto che vive solo, dice che non gli piace dividere lo spazio con altre persone. Insisto per provocarlo, gli dico che dividere lo spazio con qualcuno può essere molto piacevole. Ribatte che non ha bisogno di nessuno perché ha la sua macchina: è un distributore di snack di vecchia generazione, in ditta volevano rottamarlo ma è riuscito a farselo cedere; mi racconta che ha lavorato a lungo e con pazienza per riportare la macchina al suo splendore: l’ha pulita con i migliori prodotti, ha fatto brillare tutte le cromature, ha oliato tutte le parti semoventi; accesa, dice, fa un suono simile a un sussurro, appena sporcato dal ronzio discreto del motore.
Sento che è il momento di giocarmi l’asso e gli dico che mi pacerebbe molto conoscere la sua macchina. Mi aspetto resistenze e ritrosie, invece dice subito va bene.
Siamo a casa sua, davanti alla macchina, la porta è aperta; le spirali sono lucide e mi accorgo che le estremità sono molto aguzze; lo guardo con aria interrogativa e mi racconta del lavoro certosino che ha fatto,
limando tutte le estremità fino a renderle aguzze; mi invita a saggiare una punta con un dito e lo faccio, sul polpastrello compare una goccia di sangue; provo una strana fascinazione. Sento che è dietro di me, una puntura sul collo; poi il buio.
Mi sveglio e sono nuda, con il corpo appoggiato all’interno della macchina, le punte delle spirali mi fanno male. Ho i polsi e le caviglie bloccati da manette a scatto, non riesco a muovermi e sento salire il panico, ho la testa annebbiata.
Girando per quanto posso la testa, lo vedo: è nudo anche lui e si avvicina con in mano una card, mi dice che finalmente si potrà unire per sempre alle uniche due persone che gli hanno fatto battere il cuore. Sale sul bordo della macchina e aderisce al mio corpo, sento la sua erezione e ondate di terrore mi attorcigliano lo stomaco. Allunga una mano e inserisce la card, le spirali iniziano a girare: le punte di metallo mi entrano nella carne e scavano la loro via nello stomaco e nel torace. Preme con forza contro di me e le spirali escono dalla mia schiena e iniziano ad avvitarsi anche sul suo corpo. Con la sua testa spinge la mia contro la spirale all’altezza del viso: quando il metallo mi penetra nel cranio vedo un turbinio di colori sgargianti, poi più niente.