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Dormono, dormono sulla collina

Scritto per un concorso a tema “lavoro”, non selezionato

Mentre pulivo la grande cisterna
fiero di me e del mio nuovo lavoro
pensavo al mio grande paese lontano
e alla sua terra secca e spaccata
così profondamente avara
così profondamente amata.

Pensavo ai mei giovani genitori già vecchi
che si erano privati di tutto
per farmi arrivare qui
forse ancora vivo.

A tutto questo pensavo dentro al ventre metallico
e non sentivo fatica ma un sottile aroma che mi cullava dolce
e mi invitava a chiudere gli occhi.

E io li chiusi
per mai riaprirli.

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Dalla cima del mango più alto agitavo la mano felice
ancora una volta il più veloce, ancora una volta il più audace.

Sconfitti, gli altri tornavano a terra
ma io rimanevo sopra alle foglie
e parlavo con l’aquila dal lungo ciuffo
che danzava nell’aria per me.

Dalla cima del ponteggio più alto non guardavo in basso
ma badavo al lento passo che mi teneva in equilibrio.

Voi neri siete come le scimmie
così aveva detto il capo
e noi abbiamo poco tempo per finire il lavoro,
andate su e iniziate che poi vi portiamo le protezioni.

E io ero andato
ancora una volta il più veloce, ancora una volta il più audace.

Però mentre cadevo
mamma
non ho avuto paura.

E l’aquila dal lungo ciuffo mi ha fatto un inchino.

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Amore, amore caro,
questi sono i mei doni per te.

Ti regalo i miei anni di fatica
che ci hanno permesso di costruire una vita insieme.

Ti regalo le mie rughe e i segni sotto agli occhi.

Ti regalo i capelli che ho perso e il peso che ho preso.

Ti regalo il mio eterno spirito di ragazzo
e la mia incapacità di essere triste.

Ti regalo il lungo viaggio che mi ha portato fino in terra straniera
lasciandoti una promessa di vita migliore
che ora è tutto ciò che ti rimane di me.

Ma soprattutto voglio farti dono degli anni che non ho potuto vivere
perché la fretta assassina mi ha sepolto sotto ad un quintale di ferro
che un’incolpevole gru ha abbandonato al suo destino
legandolo per sempre al mio.

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Il pulmino era vecchio e malandato
ma noi eravamo giovani
e affamati di vita e di lavoro.

Il viaggio dall’Albania era stato lungo
il motore aveva l’asma e i sedili erano rigidi
si mangiava quando si poteva
e si ripeteva il poco italiano
che ci avrebbe aperto le porte
di un nuovo futuro.

In cinque siamo partiti
Enver che era il più sveglio
diceva frasi italiane e cantava pezzi di canzoni
diceva che se conosci la musica di un paese
diventa tutto più facile.

Enver era anche l’unico che aveva già preso moglie
noi quattro eravamo fidanzati ma poco
ci volevamo fidanzare in Italia
che le italiane sono belle
e hanno gli occhi scuri.

Nel cantiere dormiamo in una baracca di lamiera
con i materassi puliti e abbastanza morbidi
i pasti sono caldi e il lavoro anche.

I turni in fonderia sono spossanti
a noi toccano quelli notturni
siamo gli ultimi arrivati
ci chiamano gli albanesi
come se fossimo una persona o una cosa sola.

Quando entravamo in altoforno
ci davamo coraggio col gladiatore
uno di noi a turno gridava
al mio segnale, scatenate l’inferno

Quella notte un dio dispettoso ci prese in parola
e davvero l’inferno si scatenò.

Enver fu il primo
a conoscere l’onda di metallo fuso
noi fummo polverizzati dall’esplosione
e ricoperti di lava a tremila gradi.

Agim era il più giovane
ed era l’unico sul terrazzamento in alto
ma quando ci vide bruciare
con un urlo di guerra
si buttò tra le bollenti onde
e fummo di nuovo insieme.

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Ucraìna Ucràina Ucragna
Kraìna Krana Kragna
quel paese là, insomma

Olena Alena Ulena
Lena Lina Gina
la donna, la straniera la foresta, la russa.

Anni lontana da mio paese
non so più suo nome
non so più mio nome.

Anni lontana da mio figlio
che no sa più mio nome
mentre cresce con mia madre.

Questo è paese moderno
pieno di vecchi che no vuole nessuno
pieno di donne come me
che li curano per soldi.

Lei capisce mia madre non può stare da sola
se lei va via dovremo trovare un’altra
e mia madre che scrive
non spendere per venire qui
manda soldi che vuole cellulare come compagni.

E io invecchio qui e mie gambe si gonfiano
mio cuore si gonfia di tristezza
e mentre attraverso la strada
gli occhi pieni di lacrime
non mi fanno vedere la macchina.

Ultima cosa che penso
mio figlio senza cellulare a Natale.

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Deserto e poi deserto e ancora deserto
piedi piagati e sete
gambe di legno ma avanti
chi cade resta.

Carne secca e lacrime spossate
qualcuno beve urina io non riesco
aspetto la razione avara di fine giornata.

E terra secca polvere che si alza
e deserto e ancora deserto.

Poi il mare, poco lontano
ma quel poco sono le percosse
per toglierci anche l’ultimo soldo

Ridono e ci dicono che tanto quando saremo pesci
dei soldi non ce ne faremo più niente.

Partiamo e il deserto attorno a noi
è ora di acqua scura.

Giorni di niente, di paura
di occhi chiusi per non vedere negli altri
la mia disperazione.

Non tutti arriviamo.

Pomodori e poi pomodori e ancora pomodori
e mani e schiene doloranti
e caldo insetti e sete.

Cibo schifoso e lavarsi due al giorno
poi finisce l’acqua.

E sole spietato
e uomini spietati
e un cuore che mi tradisce
in un giorno di agosto.

Me ne vado a riposare
c’è già un altro al mio posto.

1 Comment
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Adriana Giotti
1 anno fa

Quando un brano, un racconto, una poesia, un testo toccano l’anima e la coscienza il tema “lavoro” diventa più che un semplice proclama (anche se costituzionalmente garantito). Allora ricorda il sacrificio, il dolore, la sofferenza, la fatica. Non hanno scelto il tuo bellissimo brano. E mi chiedo che cosa non hanno capito, apprezzato, condiviso dell’immensa umanità e orrore che traspaiono da ogni singolo verso.