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Gentile signor Rossi
La mia finale dei mondiali dell'82

Gentile signor Rossi,

mi permetto di scriverle, consapevole di quanto poco possa interessarle la lettera di uno sconosciuto. Tenevo però a presentarmi a lei in quanto unico italiano che quella sera dell’82 non ha visto la finale dei mondiali. Se non le spiace le racconto il motivo.

Quell’anno avevo 21 anni, finito il liceo e conclusa la mia breve esperienza universitaria, avevo trovato temporaneamente lavoro come distributore di volantini pubblicitari. Partivamo la mattina, caricavamo il bagagliaio di carta da macero, e partivamo per destinazioni più o meno vicine, dove trascorrevamo la giornata a battere la città strada per strada ripetendo ormai senza rendercene conto la routine campanello- “Pubblicità in bucaaaaa!”.

Facevano eccezione Ferrara e Bologna dove la frase diventava “Pubblicità in buca, mi dà il tiro per piacere?” perché dalle loro parti si dice così. Lo facevo da tempo, avevo la macchina e quindi ero diventato caposquadra. Questo significava paga più alta e meno sbattimento, dato che io portavo i volantinatori  nei vari quartieri e andavo a riprenderli a fine giro, per il resto me ne stavo in macchina tranquillo.

Però quando c’erano strade lunghe con file di monofamiliari la tecnica era che la macchina avanzava a passo d’uomo, i due lavoranti si sedevano con una sola natica ciascuno su un angolo del cofano e ad ogni casa scivolavano giù, riempivano le cassette postali più vicine e poi risalivano sul cofano. Che c’entra questo con la finale? Ha ragione, mi sono perso per un momento a ricordare tutte le persone con le quali ho lavorato, alcune delle quali mi proponevano di rubare i documenti di identità dalle giacche in palestra per poi vendergliele, oppure di dare loro l’indirizzo di qualche mio amico che avesse in casa oggetti di valore o almeno stereo e televisione, avrebbero ripulito l’appartamento e avremmo spartito i proventi della vendita.

Dunque quell’estate dell’82 eravamo in quattro in squadra, io, Franco, Alberto e Renata, la fidanzata di Alberto. Renata era una ragazza irpina che viveva a Bologna, molto trendy e cool,  noi tre maschi giocavamo con lei a fare i seduttori e lei per gioco flirtava con tutti e tre. Alberto era una persona speciale che prendeva tutto con allegria a ottimismo, perfino quando ci proponevamo in modo piuttosto triviale alla sua compagna lui rideva e stava al gioco. Insomma siamo in squadra, arriva la vigilia della finale e Renata dice che lei il giorno dopo la partita doveva tornare in Irpinia che c’era stato il terremoto due anni prima e lei doveva scendere. Però aveva bisogno dei soldi e il boss non ci avrebbe pagati fino alla settimana successiva, non sapeva come fare e nessuno poteva aiutarla. Ed ecco che entro in gioco io, a quel tempo più soave che fottuto, e mi prendo in carico il suo problema. Oltretutto ero anche il caposquadra così mi sentivo doppiamente responsabile, insomma per farla breve mi sbatto fino a che non trovo qualcuno che mi presta i soldi da dare a Renata e ci mettiamo d’accordo di vederci in piazza poco prima della partita, così le davo i soldi, ci salutavamo e poi ognuno a tifare dove più gli piaceva.

Ecco signor Rossi, lei avrà certamente capito come andò a finire. Attesi Renata, che non si fece vedere, in quella piazza deserta, circondata da strade deserte, fino a che non iniziarono i caroselli delle macchine. Lei si chiederà perché non me ne sono andato prima, da persona squisitamente cortese quale lei è capirà che un cavaliere è un cavaliere anche quando per il resto del mondo è, mi permetta, un coglione.

Il giorno dopo chiamai Alberto, non avevamo i cellulari a quel tempo, e lui serafico mi disse che Renata non era venuta perché aveva trovato un amico che le anticipava i soldi e quindi si erano visti la partita insieme ad altri amici e quella mattina all’alba era partita per l’Irpinia.

Però caro signor Rossi, in quella piazza deserta io la partita l’ho vissuta senza vederla, le finestre erano tutte aperte e sentivo le urla e gli incitamenti dei miei concittadini, e ad ogni suo gol sentivo l’onda d’urto.

Non me ne voglia dunque, e faccia un buon viaggio, dicono che dove sta andando non dovrà portare la mascherina e potrà abbracciare chi vuole. E ne avrà da abbracciare, da Piola a Maradona.

Grazie di tutto.

2 Commenti
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Reiko Arakawa
5 anni fa

Questa storia mi è piaciuta in particolar modo perché mi ha ricordato un’esperienza un po’ simile. Agosto 1981. Frequentai una scuola di lingua italiana a Firenze alloggiando presso una famiglia privata. In questa famiglia, oltre a me, alloggiavano una insegnante francese e una giovane dentista messicana tanto simpatica.
Finite le quattro settimane di scuola, avevo un programma di girare nei vari paesi europei tutta sola col treno e io e l’amica messicana ci demmo un appuntamento a mezzogiorno di una data (che era circa una settimana di lì) davanti alla cattedrale di Vienna. Lei diceva che sarebbe venuta con un volo Alitalia da Roma.
Dopo una visita turistica di qualche giorno a Venezia, la mattina di quel giorno arrivai a Vienna dopo una nottata nel treno cuccetta e andai all’ufficio del turismo alla stazione centrale dove prenotai per due notti una camera per due persone e andai a lasciare la valigia prima di recarmi all’appuntamento.
Aspettai per un’ora e mezza e lei non è mai venuta. Andai pure all’agenzia di Alitalia per chiedere se il volo da Roma fosse arrivato in orario.
Soggiornai come una fessa per due notti in quel albergo da sola e pagai per due. Mi vergognavo da morire e credo che il receptionist dell’albergo abbia pensato male di me… una signorina tutta sola che prende una stanza per due e sta sempre da sola…
Della messicana non seppi più nulla finché quasi un anno dopo mi arrivò una cartolina con la fotografia della Città del Messico senza nessun riferimento circa il nostro appuntamento.

Vanessa
2 anni fa

Letta tutta d’un fiato così cone “dietro il cancello” su N2. Si vedono i personaggi, si vedono i luoghi. Si sta lì con i protagonisti del racconto