Vai al contenuto

I ragazzi

Davanti al ristorante mi abbandono per un attimo sul sedile del mio SUV. Ansimo leggermente, come sempre dopo aver guidato, sono sovrappeso ormai da tempo. Mi asciugo una gocccia di sudore dalla fronte, nonostante l’aria condizionata sudo sempre, il dottore dice che è un problema di metabolismo e che ho il cuore affaticato. Mi guardo attorno e mi godo il lusso: gli interni in pelle bianca, i puntini luminosi degli strumenti di bordo che sembrano lo spazio stellato, il clima che capisce come mi sento e regola la temperatura al punto giusto.

L’impianto stereo potrebbe rompere i vetri di un intero palazzo, ma a me piace tenerlo bassso, come il ringhio sommesso di una tigre. I dodici speaker integrati non si vedono, ma creano un panorama sonoro ricco e dettagliato  (questo me lo ha detto il concessionario). Insomma, si sente bene.

Ho quasi cinquant’anni e tutto quello che ho me lo sono meritato.

Ho vissuto la vita che dovevo vivere, ho affiancato mio padre e ho poi rilevato la sua attività, ho sposato la donna che dovevo sposare e ho fatto i figli che dovevo fare, senza mai lamentarmi né ribellarmi. Ho percorso gli anni nel modo in cui andavano percorsi, qui da noi si fa così, anche i ragazzi hanno fatto così.

Tra poco mi siederò a tavola con loro per la nostra cena settimanale. Solo maschi, niente donne né figli, solo cibo e vino, tanto cibo e tanto vino.

E parlare di calcio e di formula uno, di scopate immaginarie con donne di sogno.

Tutti noi ci meritiamo i nostri SUV, le nostre scarpe di firma, gli orologi, i bracciali e le collane d’oro, gli anelli con la pietra grossa. Però non pensate che siamo zingari o giostrai, tutto quello che indossiamo è sobrio e comprato nei negozi giusti, quelli dove entriamo, scegliamo e usciamo, a fine mese arrivano le fatture e la ragazza, ognuno di noi ha una “la ragazza”, registra e paga. Tutti noi abbiamo vissuto come dovevamo e meritiamo di essere ricompensati dalla vita.

Scendo dalla macchina e mi avvio verso l’ingresso, senza girarmi tocco il blocchetto di plastica morbida che ho in tasca e il mio SUV mi saluta col suo quiquì.

Il portiere accompagna il mio ingresso pronunciando il mio nome preceduto da “dottor”. Nessuno di noi è laureato, a fatica abbiamo finito il liceo, ma abbiamo i soldi e quindi siamo tutti “dottor”.

Entro nella saletta riservata e sono già tutti là: Gianni, Lauro, Piero, Elvio, Romano e Fabrizio. I ragazzi, da sempre e per sempre.

Quando entro intonano “è venerdì / non ci rompete i coglioni”. Mi unisco al coro e tutto sparisce, lavoro, mogli figli, rotture di cazzo assortite.

Le nostre mogli sono universi a parte, le conosciamo da sempre e si conoscono tra loro da sempre. Ci siamo tutti fidanzati e poi sposati, a volte penso sia stato il caso a farci sposare una o l’altra, tanto si somigliano. Credo che loro dicano lo stesso di noi ma i maschi sono simili per natura, sono loro che dovrebbero essere diverse tra loro.  Col passare degli anni le cose che ci facevano ridere e fare battute si sono trasformate in abitudine, quieta sopportazione, noia. Abbiamo avuto sempre meno da dirci, sono rimasti i nostri mugugni e le loro recriminazioni. Ma il matrimonio è così, una cosa che si fa, senza farsi troppe domande. E così noi ragazzi una volta la settimana ci ammazziamo di cibo e vino e discorsi sempre uguali e risate grasse.

I figli sono i figli, per lo più se ne occupano le mogli. Se sono maschi ci comportiamo con loro come i nostri padri si sono comportati con noi, né più né meno. Se noi abbiamo avuto successo vuol dire che ha funzionato e che funzionerà anche per loro. Qualche urlo, qualche manrovescio, il motorino, la moto e poi la macchina, di grossa cilindrata. La consegna delle chiavi si fa coi ragazzi, anche con le mogli. Applausi, battute sempre uguali, il padre che porge le chiavi, i ragazzi che alludono e somministrano affettuosi scappellotti al figlio di turno.

Se sono femmine cambia tutto, sono competenza delle mogli, noi dobbiamo fare i padri gelosi, dire sempre di no ai vestiti troppo scollati e alle uscite con i ragazzi.

I figli possono andare tranquilli, basta che non mettano incinte le ragazze altrimenti tocca sposarle e sono cazzi per tutti. Come è successo al figlio di Romano che ha un figlio piccolo e ha sposato una da fuori che non gliene frega niente. Romano dice di no ma ho sentito che ha cominciato a menarla, noi siamo così, se ci sentiamo costretti ci viene il nevrotico.

Le figlie femmine invece tocca tenerle un poco controllate, magari farle sposare presto così non vanno tanto a darla in giro. Detto così sembra brutto, ma quelle che la danno senza troppo pensarci poi alla fine la devono dare sempre. Lo fanno perché sono un po’ cozze e non sono capaci di tirarsela, come fanno le ragazze serie, che i ragazzi rimbecilliti credono che ce l’hanno d’oro. È sempre stato così, noi le chiamiamo le “malcagate”, pensano che aprendo le gambe noi le consideriamo di più, invece le riconosciamo a naso e ci mettiamo in fila. Aspettano quello che se le piglia, che poi alla fine se le pigliano i più sfigati, che pur di avere una patata in casa la prendono anche di seconda mano. E diventano sfigati e cornuti, perché quando a noi ci prende andiamo e ci facciamo un giro e loro non dicono mai di no.

Ma è una cosa tra noi, di famiglia per così dire, da queste parti non si va a puttane se non quando si resta vedovi o si divorzia. Allora si può, altrimenti no perché ti degradi. Per le trombate foreste ci sono le malcagate che lo restano per sempre.

Non è bello, lo so, anche perché ognuno di noi ha il terrore che una delle sue figlie diventi una malcagata che poi si sputtana anche il padre, che in questi casi ha una sola possibilità: schifare la figlia e la moglie che è colpa sua se la figlia è troia e fregarsene.

Mi sono un po’ perso ma dovevo spiegarvi due cose, così capite meglio.

La saletta riservata è confortevole e calda del calore di una stalla, in fondo siamo sei buoi bipedi, tutti in carne, con pochi capelli e qualche problema di salute sparso.

Adesso siamo tutti a tavola, cinture allentate e giacche sulle spalliere delle sedie. Ci guardiamo e cerchiamo di vederci per quello che eravamo, a nessuno piace vedere le proprie miserie riflesse negli altri; ognuno di noi è convinto di essersela cavata meglio degli altri ma questo tra maschi non si dice, questa è una cosa che fanno le mogli che stanno sempre a contarsi le rughe a vicenda.

Arriva la cameriera, una bella ragazzotta che nel procedere della serata sarà sempre più oggetto di lazzi e tentativi di palpate.

Una sola cosa ci fa paura a noi: la finanza. Il resto si sistema, le banche in un modo o nell’altro ce le rigiriamo ma la finanza no. Quella è bastarda. Prima arrivano in coppia e ti fanno capire che se controllano trovano, ma che potrebbero anche non controllare. Tu allunghi la busta, poi dopo un po’ di tempo arrivano lo stesso e controllano. Tutto. Controllano e trovano, si chiudono in ufficio e interrogano la ragazza. Se sei fortunato è una con le palle e risponde con le cose giuste. Se invece è una nuova o giovane finisce che piange e gli mostra il registro del nero. E siamo ancora nel rimediabile. È quando iniziano a saltare fuori le fatturazioni farlocche e le scritture contabili addomesticate che iniziano i cazzi.

Come è successo a Elvio che ha dovuto vendersi la barca per pagare arretrati e multe, o a Piero che si è fottuto la casa a Cortina e anche la vita in generale, perché le nostre mogli accettano qualsiasi cosa fino a che gli facciamo fare la vita che vogliono, ma se perdiamo colpi diventano iene. Anche in questo siamo diversi, noi maschi mettiamo in conto le bastonate e siamo solidali, le mogli no. Non possono sopportare che le altre vadano a Cortina o a mangiare il pesce in ex iugoslavia e loro a casa, ci rompono le palle a morte.

A Piero poi il figlio si è messo con una malcagata, altra vergogna, in paese lo sfottono tutti e sfottono anche Piero.

Gli antipasti sono arrivati e andati, al solito sono tanti e di tutti i generi, polenta abbrustolita, crema di baccalà, schie, sarde in saor, barchette di sfoglia con mousse di tartufo, crostini al burro con acciughe cantabriche, carpaccio di spada e di chianina, salmone affumicato, quadretti di frittata di uova di quaglia. Gli stomaci cominciano ad aprirsi anche grazie al vino, siamo pronti per i primi.

Guardo i ragazzi che masticano e ridono, so che anch’io sto masticando e ridendo ma faccio fatica a sentirmi come le altre volte. Forse sono gli occhi scavati di Gianni che dopo l’infarto non si è più ripreso del tutto, è come appannato. Lui non dovrebbe essere qui ma sappiamo che se dovesse morire preferirebbe farlo mentre si abbuffa con noi, gli farebbe più male smettere di venire alle cene.

Arrivano i primi, a scelta o in sequenza: pappardelle, fettuccine, tagliatelle, spaghetti, paccheri e gnocchi. Conditi con sugo di lepre, ragù d’anitra, di cinghiale, di cervo, crema di speck o di tartufo. Vongole, cozze, ragù di spada o di branzino.

Di norma mangiamo almeno tre piatti di pasta a testa, ognuno con condimento diverso. Parmigiano e pecorino grattugiati a profusione. Io mangio con impegno e metodo, sento lo stomaco che inizia a dilatarsi ma ancora siamo all’inizio.

Il mese scorso la figlia più piccola di Lauro  ha smesso di mangiare e ancora non ha ripreso. Lauro non ne parla, credo non sappia come farlo, nessuno di noi sa come parlare di se stesso o dei propri problemi personali. Quando ho fatto il primo infarto i ragazzi sono venuti a trovarmi una volta, poi basta. Ma va bene così, al venerdì sono andati a cena come sempre. Mia moglie veniva tutti i giorni ma vedevo che era inquieta e voleva andarsene appena possibile. I figli mi hanno mandato dei whatsapp.

La moglie di Lauro grida alla figlia che deve mangiare e quella non mangia nemmeno per sogno, Lauro non sa cosa fare, un po’ urla anche lui , un po’ se ne frega. Ancora se la tengono in casa, così possono fare finta che non stia succedendo niente che poi gli altri parlano, e tutti sanno come si fa meno che Lauro e sua moglie. Qui è sempre così, se capita una rogna a qualcuno tutti gli altri attaccano col “Se capitasse a me…”, “Se fossi in lui…”, “Gli conviene…”, “Dovrebbe…”.

Arrivano i secondi e qui si fa sul serio: grigliata mista, tartare di filetto, tagliata di scottona, coniglio al forno, sarde a beccafico, quaglie al mirto, lonza di maiale, fagiano ripieno, arrosto di cinghiale, capriolo in salmì. È incredibile come avendoci i soldi si possa masticare tutto il regno animale, per questo loro sono animali e noi uomini. Se gli animali avessero soldi forse andrebbero nei loro ristoranti a mangiare gli esseri umani. O forse si mangerebbero tra di loro, gli animali sono stupidi come gli arabi, che ho letto che si ammazzano tra di loro. O qualcosa del genere.

Masticare la carne richiede allenamento, un conto è la fettina in padella, un conto è una bistecca di un chilo. Ma noi lo siamo, allenati, mastichiamo con mascelle di ferro e l’animale diventa poltiglia che ci si scioglie in bocca, ancora e ancora. Continuiamo a parlare di niente e a ridere. Ci conosciamo fin da bambini, tutti figli di famiglie agiate, tutti iscritti al circolo di tennis e a canottaggio. Figli di padri dei quali siamo l’esatta copia, come i nostri figli lo sono di noi. Ma se così funziona vuol dire che è il modo giusto, è rassicurante crescere sapendo già come sarà la tua vita, non devi sforzarti, basta che segui il flusso e tutto viene da sé.

Anche il cancro di Romano è venuto da sé, lui non ha dovuto fare niente, proprio niente. Un brutto cancro che lo ha svuotato e invecchiato, gli ha fatto cascare i capelli e gli ha fatto uscire un gnocco sulla pancia che poi quando il cancro è andato via il gnocco gli è rimasto. Lui un po’ si vergogna perché è grosso.

Dopo la strage sul tavolo restano ossa spolpate, teglie unte, teste di volatili, contorni avanzati mescolati tra loro, patate arrosto sulla tovaglia e sul pavimento, bottiglie di vino vuote. Siamo appagati e spiaggiati, le pance tirano e sembra che vogliano scoppiare, scarichiamo un po’ di tensione scorreggiando e anche quello è un rito, le facciamo a turno come se dicessimo delle battute comiche e poi ci godiamo le facce dei camerieri che vengono a spreparare e devono far finta di non sentire l’aria piena di gas.

Arriva il carrello dei bolliti, un trionfo di carni lucide e umide, tutte le sfumature del rosa. Contorni fumanti, spinaci al burro, erbette, patate lesse, fagioli in umido, cren e salsa pearà. Mostarda. Ci buttiamo, tanto con la griglia abbiamo dovuto darci di mascelle tanto coi bolliti possiamo riposare le mandibole, se sono fatti come dio comanda sono teneri come il burro

Arrivano gli sgroppini e gli amari, dobbiamo fare una pausa prima di affrontare i dolci. Fabrizio sembra un po’ in difficoltà, si tiene una mano sulla bocca dello stomaco ed è pallido, rutta e ansima. I ragazzi dicono che è gastrite e forse ulcera, gli è cominciato tutto dopo che il suo commercialista l’ha fregato, si è salvato dal fallimento ma alla notte ha gli attacchi di panico.  Lauro lo convince a buttare giù un bicchierozzo di Unicum, Fabrizio trangugia, fa un rutto potente poi sorride un po’ storto e dice “Passato”.

Siamo sazi come pitoni, stiamo bene, alticci quanto basta e pronti per la botta finale di zuccheri. Meringata, crema catalana, tiramisu, strudel con gelato alla cannella, torta di mele, di pere, di ananas, crostate con tutti i tipi di marmellata, cheesecake, bavarese, crème caramel e trionfo di cioccolato, specialità della casa con un carico calorico uguale a quello dell’intera cena.

Adempiamo, caffè e ammazzacaffè a suggello.

Passiamo alla casa e ognuno di noi lascia giù mezzo stipendio di uno dei nostri dipendenti, ci godiamo il giro di cognac che ci offre il proprietario, che lascia la bottiglia sul banco.

Usciamo nell’aria tiepida, il passo un po’ insicuro, ci scambiamo gli ultimi affettuosi improperi, poi ognuno di noi si avvia verso il proprio SUV. Tutti stanno pensando alla cagata imperiale che faranno arrivati a casa e al sonno da bambini che faranno subito dopo. L’aria si riempie dei quiquì dei SUV che rispondono ai propri padroni, io rimango fermo e aspetto che se ne vadano. Non mi piace che il quiquì del mio SUV si perda in mezzo a tutti gli altri, lo voglio sentire squillare nel silenzio della notte.

Salgo in macchina e aderisco al sedile come ad una seconda pelle. Mi guardo attorno, nell’abitacolo, e respiro il lusso: gli interni in pelle bianca, i puntini luminosi degli strumenti di bordo che sembrano lo spazio stellato, il clima che capisce come mi sento e regola la temperatura al punto giusto.

Ho quasi cinquant’anni e tutto quello che abbiamo io e i ragazzi ce lo siamo meritato. Nessuno di noi è davvero contento della propria vita ma nessuno se ne rende conto, è come un sottile rumore di fondo che non ci fa mai rilassare del tutto, ti ci abitui e non lo senti più.

Domani è sabato e bisogna portare la moglie a spendere in qualche negozio ma adesso mi sento tanto stanco e ho un peso sul petto. Mi fa male il braccio sinistro, e sudo freddo. Magari chiudo un po’ gli occhi, solo un minuto.

1 Comment
Vecchi
Più recenti
Adriana Giotti
2 anni fa

“Nessuno di noi sa come parlare di se stesso o dei propri problemi personali”. Ma ecco che, come in ogni buon racconto che si rispetti, l’autore riesce a far accadere il piccolo miracolo di una narrazione scenica, un’estratto dell’immenso teatro dell’umano vivere. I personaggi non sono pirandellianamente in cerca d’autore, ma maschere che recitano una parte scritta a più mani. La particolare cura dei dettagli e il ritmo segnato dalla dilatazione indotta dall’abbuffata, che prosegue “con impegno e metodo”, più delle similitudini tra le personalità, creano il giusto bilanciamento delle diversità. La cosa più sorprendente di questo bellissimo racconto è che non rispecchia neppure lontanamente l’autore.