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La spesa
Le ho viste all'ingrosso frutta e verdura, non so quale fosse la loro storia ma questa è quella che mi hanno raccontato. Dedicato obliquamente a tutte le mie amiche insegnanti.

Vi racconto come faccio la spesa.

Ci vado con mia madre, come sempre: andiamo all’ingrosso frutta e verdura e ci dividiamo, io mi fermo al reparto frutta, il più vicino all’ingresso, lei va al reparto verdura.

Comincio dalla prima vasca, col guanto di plastica e il sacchetto nell’altra mano e inizio a toccare e soppesare uno per uno tutti i frutti, delicatamente perché non vorrei mai rovinarli o ammaccarli, ma li tocco tutti.

Quando ne trovo uno che penso vada bene lo metto nel sacchetto. Non mi importa se le persone che vogliono la stessa frutta devono aspettare, io faccio così.

So che mia madre, nel reparto verdure, sta facendo stesso.

Noi facciamo così.

Passo dunque dai meloni alle pesche, dalle albicocche alle prugne, dalle mele ai pompelmi. Non prendo mai più di cinque (5) frutti per ogni tipo, annodo accuratamente il sacchetto con un’asola, in modo che poi basta tirare un capo e il sacchetto si apre, poi lo ripongo nel carrello.

Mi chiamo Elinora, ho 68 anni, sono un’insegnante in pensione, single, e vivo con mia madre, da sempre. Sono alta, ho i capelli biondo/rosso spento che arrivano fino alle scapole. Ho gli occhi azzurri, azzurro spento. Oggi, e come sempre, quando faccio la spesa, indosso scarpe da ginnastica, pantaloni di jersey neri leggermente scampanati, una maglietta di cotone rosa sanitario.

Finisco di selezionare la frutta e mi avvio verso il reparto verdura spingendo il carrello. Ho l’andatura da vecchia, nonostante sia alta e abbia una figura snella mi muovo leggermente incurvata. Tutto l’insieme dà l’idea che io cammini scusandomi. Ed è quello che faccio, da tanto tempo.

Raggiungo mia madre. Leggermente più bassa di me, è vestita come me solo che indossa un golfino nero. I pantaloni sono leggermente corti e lasciano intravedere le caviglie grosse e i calzini azzurro spento, quasi lo stesso colore dei miei occhi. Le scarpe sono dei mocassini neri sformati. Anche i capelli di mia madre sono dello stesso colore dei miei, però sono più corti, più sottili, arrivano alle orecchie e porta la riga in parte e gli occhiali.

Mi avvicino a lei, lei guarda nel carrello, sacchetto per sacchetto, controlla che in ogni sacchetto non ci siano più di cinque (5) pezzi, poi mi indica i pomodori e io inizio la mia paziente opera di selezione, mentre lei si dedica con lo stesso scrupolo alle zucchine.

L’espressione sul viso di mia madre è sempre la stessa, un misto di rimprovero, disgusto e sdegno, sempre la stessa dal giorno in cui, tornando a casa, l’ho trovata che prendeva il tè con il marito di lei.

È stato in quel momento che mia madre mi ha guardata per la prima volta con quello sguardo.

Ero arrivata al liceo scientifico, dove mi aspettava una cattedra di ruolo, ormai trentacinquenne. La solita trafila di precariato, concorsi, punteggi, corsi di formazione, supplenze e trasferimenti fuori sede.

Dopo la laurea, per una decina d’anni, ero riuscita ad allontanarmi da mia madre, una donna sola (mio padre era morto che io avevo due anni), rancorosa e anaffettiva. Io ero quella che l’aveva fatta partorire con dolore, io ero quella cui lei doveva dedicarsi mentre suo marito combatteva da solo contro il male che l’aveva ucciso. Io ero quella che a quasi trent’anni ancora non aveva un uomo, quella che si perdeva dietro allo studio e alla professione dell’insegnamento, che se volevo insegnare ai figli di qualcuno potevo farmi i miei e insegnare a loro, invece che sprecare tempo, soldi e energie per insegnare ai figli degli altri.

Si chiamava Lara, aveva la mia età ed era una collega. Me ne ero innamorata nel momento stesso in cui ci avevano presentate, all’open day del liceo, dove era venuta accompagnata dal marito, io per fortuna sola perché mia madre quel giorno aveva l’emicrania.

Era splendida, con occhi e capelli nerissimi. Gli occhi erano leggermente allungati e indossava alle orecchie degli enormi cerchi d’oro, per tutto il tempo avevo guardato i cerchi d’oro, come si riflettevano nei suoi occhi e il bianco splendente dei suoi denti quando sorrideva, aveva gli incisivi grandi e le labbra piene. Parlava col suo leggero accento siciliano, e rideva, e io bevevo le sue parole, non avevo mai neanche pensato che mi potessero piacere le donne ma adesso che stava succedendo mi sembrava la cosa più naturale del mondo.

Io ero alta, con i capelli ramati lisci e lunghi e gli occhi di un colore azzurro vivido.

Avevamo iniziato una relazione intensissima e passionale. Io mi trovavo a dirle parole che stupivano me per prima, lei mi diceva che non si era mai sentita così donna come quando faceva l’amore con me.

Per la prima volta nella mia vita ero felice, non mi pesava nascondermi, aspettare anche giorni per rivederla da sola, tutte e due sapevamo quanta fatica avessimo fatto per arrivare lì e nessuna di noi due voleva né poteva permettersi di mettere in pericolo la propria stabilità.

Eravamo impeccabili, a scuola ci comportavamo come colleghe cordiali, alle riunioni del consiglio di istituto non sedevamo mai troppo vicine, se ci guardavamo o ci davamo parola lo facevamo come con tutti gli altri colleghi.

Nei momenti di intimità io le raccontavo di mia madre e del rapporto soffocante che cercava di impormi, lei mi raccontava del marito che l’aveva corteggiata in modo irresistibile ma che poi, una volta sposati, aveva perso interesse per lei, lavorava sempre, era distratto, lei era convinta che avesse delle storie con altre donne. Avrei dovuto accorgermi allora che lei stava usando il nostro rapporto per sentirsi ancora desiderabile, avrei dovuto capire che tanto era bella quanto inaffidabile, ma io ero perdutamente innamorata, sapevo che le stavo lasciando in mano la mia vita ma non me ne importava niente. Mi importava solo che non finisse mai.

L’unica volta che eravamo state insieme a Venezia, grazie ad un provvidenziale corso di formazione, eravamo felici come due ragazzine,  dividevamo la camera, ovviamente per risparmiare, ed era come una luna di miele. Una sera siamo riuscite a eludere la compagnia delle colleghe e ad andare a cena solo noi due. Avevo visto in un negozio un pendente con una pietra che aveva il colore dei suoi occhi e dei riflessi del colore dei miei, sono entrata nel negozio, mentre lei aspettava fuori chiedendosi cosa facessi, ho preso il pendente e non l’ho nemmeno fatto incartare, gliel’ho messo in mano e le ho detto siamo io e te e lei mi ha stretto forte.

Era arrivata l’estate e lei era partita per la Sicilia, ormai era quasi un anno che stavamo insieme, e prima di partire mi aveva detto qualcosa sul marito che sembrava fosse cambiato, e sulla sua famiglia in Sicilia che aveva la casa a mare vicina a quella dei genitori di suo marito, e mi parlava solo di sé e io mi chiedevo dov’ero io in tutto questo e quando torni e mi penserai si lo so che non chiamerai e io non chiamerò ma tu torna e amami ancora e io ti amerò ogni giorno di più.

Non aveva chiamato, non avevo chiamato. Mia madre sempre più insopportabile e io che cercavo di sentirmi felice pensando a lei e non ci riuscivo.

Poi, due giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, ero tornata a casa e avevo trovato mia madre che prendeva il tè con il marito di Lara. Sembrava si conoscessero bene, io ero completamente incapace di qualsiasi reazione anche se la mia faccia si era increspata automaticamente in un sorriso di circostanza.

È stato in quel momento che mia madre mi ha guardata per la prima volta con quello sguardo. E ha detto, gelida, il signor Salvatore, il marito della tua collega, è stato così gentile da riportarti questo, che la signora Lara ha trovato tra le sue cose, probabilmente l’aveva messo via per errore quando avete diviso la camera a Venezia.

Io sapevo già cosa teneva nella mano e non volevo vederlo, non adesso, non così, pensavo madre mia se nella vita farai un gesto di pietà per tua figlia fallo adesso, non aprire la mano, non uccidermi qui, davanti a te e a suo marito e al fantasma di lei.

Ma la mano era già aperta e tesa verso di me, e nella mano teneva me e lei, il nostro amore e la sua fine, e mi guardava con quell’espressione di disgusto, disprezzo e sdegno che da allora mi avrebbe per sempre dedicato.

Anche il signor Salvatore mi guardava, poi guardò mia madre con un’occhiata d’intesa, si alzò e mi tese la mano dicendo col sorriso del vincitore Lara la saluta tanto, ha avuto il trasferimento in Sicilia che desiderava da tempo e sta preparando il trasloco purtroppo non ha tempo di venire a salutare.

E se andò. Mia madre richiuse la mano su me e lei e il nostro amore finito, non disse una parola e andò in camera sua. Il colore dei miei capelli e quello dei miei occhi si spensero. Morii lì, sul brutto tappeto del soggiorno di mia madre.

Ho la faccia da vecchia, sembro vecchia quanto mia madre. Ci sono persone della mia età che se le guardi negli occhi vedi quello che sono adesso, ma anche la donna, la giovane donna, la ragazza, la ragazzina e la bambina che sono state. Sono tutte lì, ci sono ancora. Se il flusso della propria vita scorre libero la vecchiaia cambia i tratti del viso ma gli occhi conservano tutto. Io il flusso della mia vita l’ho chiuso nel momento in cui sono morta su quel tappeto. Nella mia faccia da vecchia si vede solo la vecchia che sono.

8 Commenti
Vecchi
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5 anni fa

Molto bello, toccante.

Perché vedo anche in questo il germe di un romanzo?

Silvia
5 anni fa

Devastante, come la fine di ogni amore. Più devastante di altri, per la figura squallida e opprimente di quella madre senza amore. Piaciuto moltissimo l’inutile appello della figlia.

alberto@albertomineo.it
5 anni fa
Rispondi a  Silvia

L’appello della figlia mi è costato un “intorcinamento” di visceri, non lo volevo scrivere, ho cercato di convincermi che era troppo, eccessivo, debordante, ma lei mi ha detto “tutto o niente”. E l’ho scritto.

Adriana Giotti
5 anni fa

Ho letto tre volte il racconto prima di decidermi a commentarlo. Apparentemente semplice, svela un intreccio di sentimenti contrapposti. Molto bello

alberto@albertomineo.it
5 anni fa
Rispondi a  Adriana Giotti

A anche qui c’è la Sicilia, la donna dei miei sogni…

Antonella
5 anni fa

Mi piace emotivamente ma lo trovo meno originale come voce narrativa rispetto ad altri.