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Lavagna

Scritto per uno dei tanti concorsi dove non mi hanno selezionato, il tema era il titolo del racconto.

Avevo trovato il biglietto dentro al diario, sapevo già chi me l’aveva mandato.

Era dall’inizio dell’anno che la Savoretti mi perseguitava. Io ero un ragazzino normale, né buono né cattivo, un po’ stupido come lo siamo tutti noi maschi delle medie.

La Savorettti era bruttina, cicciotta e con gli occhiali, poi era una femmina e io le femmine non le capivo tanto. Lei stava sempre in banco da sola perché tutti la schifavano e lei era timida. Poi c’era il terzetto della Righi, la Bellani  la Tosatto che stavano sempre tra loro tre, parlottavano sempre, ridevano di continuo con la mano sulla bocca e a turno si giravano e mi guardavano facendo le facce. Io non sapevo cosa fare e allora facevo lo scemo con Sperli, il mio compagno di banco, ci davamo le pacche e ridevamo forte. Ma poi quelle si giravano e mi guardavano col sorrisetto e Sperli mi guardava anche lui col sorrisetto e mi dava di gomito e mi mandava i bacini arricciando la bocca e ridendo.

Invece la Savoretti non si girava mai a guardami, se ne stava sola, in silenzio, ogni tanto con l’indice si spingeva in su gli occhiali e io lo vedevo anche da dietro perché faceva una specie di scatto con le spalle.  I bigliettini nel diario li trovavo un giorno sì e uno no, non erano mai firmati ma sapevo che erano suoi perché quando li leggevo la vedevo che si sforzava di non guardarmi.  Ogni volta che ne trovavo uno pensavo che se lo buttavo via senza leggerlo finiva tutto, invece li leggevo sempre, mi davano fastidio ma non potevo fare a meno di leggerli.  Io non lo dicevo a nessuno, perché sapevo che sarebbe diventata lo zimbello della scuola. Però avevo questa cosa che le femmine non le capivo e mi facevano sentire strano, mi sembrava che loro sapessero cose che io non sapevo, anche Sperli le sapeva e diceva “La Bellani ha detto che le piaci” oppure “La Righi mi ha detto se esci con lei” e rideva e io mi sentivo sempre più confuso.

E così quella mattina aprii il biglietto e lessi “Vorrei essere l’avagna dove scrivi i tuoi sogni”. Rilessi il biglietto, credo dieci volte, e scoppiai in una risata liberatoria, che rimetteva tutte le femmine al loro posto e mi liberava di tutto l’imbarazzo e la paura e l’insicurezza, tornavo maschio tra i maschi e smettevo di sentirmi stupido. Ma dovevo fare ancora una cosa, e la feci. Passai il bigliettino a Sperli ammiccando e lui scoppiò a ridere. Vidi la Savoretti che si rattrappiva cercando di sparire, non so come ma sapeva che stavamo ridendo di lei. In pochi minuti il biglietto aveva fatto il giro di tutta la classe e adesso tutti ridevano.

Qualcuno iniziò ad apostrofare la Savoretti chiamandola Avagna e iniziarono a pioverle sul banco biglietti derisori con tutte le variazioni sul tema. La Savoretti guardava fisso il banco e anche se non la vedevo in faccia sapevo che stava piangendo. Il cambio dell’ora era finito e il professore riportò l’ordine in classe, ma le risatine e le gomitate continuarono fino alla fine dell’ora. La Savoretti passò l’intervallo da sola, in un angolo, guardando il pavimento; verso la fine della pausa la notizia si era diffusa e così chi le passava vicino le diceva “Ciao Avagna!” e ridacchiava.

Da quel giorno la Savoretti diventò per tutti l’Avagna e fu tutto un ciaoo Avagna, arriva l’Avagna, vai a studiare dall’Avagna? e tutte le variazioni sul tema.

Continuò così per tutto il trimestre, poi ci furono le vacanze di Natale e a gennaio la Savoretti non tornò a scuola.

Nessuno sapeva il perché e le voci si rincorrevano, c’era chi diceva che aveva cambiato scuola, chi diceva che era in camera e piangeva tutto il giorno, altri sostenevano che i genitori avevano denunciato tutta la scuola e tra poco la polizia avrebbe iniziato gli interrogatori.

Invece non successe niente, l’anno scolastico finì e della Savoretti nessuno parlò più.

Io però non riuscivo a togliermela dalla testa, la confusione che avevo in testa mi aveva fatto iniziare qualcosa che non ero riuscito a fermare, mi sentivo tremendamente in colpa. E così una mattina di giugno suonai il campanello Savoretti-Bardi e attesi.

Mi aprì la porta una signora vecchia come la mia mamma, che come mi vide le vennero le lacrime agli occhi.

 – Entra – mi disse, – grazie di essere venuto, nessun altro dei compagni di scuola è venuto a chiedermi di Annalisa.

– Perché non è tornata a scuola? – chiesi senza volverlo sapere.

– Non me lo ha voluto dire, ma dopo le vacanze di Natale ha detto solo “A scuola non ci torno” e non è più uscita dalla camera. È venuta a parlarle la professoressa Lamberti e poi mi ha raccontato lei cosa era successo. Purtroppo Annalisa è dislessica, non riesce sempre a scrivere come parla,  e da quando suo padre ci ha lasciate è in uno stato emotivo molto delicato.  Alla fine ho dovuto lasciare che la ricoverassero in un posto dove vanno i ragazzini come lei a riposarsi e a guarire, siamo solo io e lei e non potevo occuparmi di lei e lavorare.

Io ero sempre più agitato man mano che mi rendevo conto delle conseguenze della mia stupidità. La signora aveva gli occhi tanto tristi e io ero così agitato che di colpo iniziò a scapparmi la pipì. Mi vergognavo a chiedere del bagno e quindi stavo lì impalato, davanti alla signora con gli occhi lucidi che mi stava dicendo – Voi ragazzi non potevate saperlo, avete fatto una ragazzata ma per lei è stato troppo…

Mi sentii sprofondare, stava per scoppiarmi la vescica e iniziai a farfugliare “mamma… tardi… non avvertito” mentre mi avviavo verso la porta, mentre la signora mi diceva – Dimmi il tuo nome, così quando vado a trovarla le dico che sei passato…

Ma io ero un ragazzino delle medie, né buono né cattivo, un po’ stupido. E così indietreggiai verso la porta, la aprii e sempre farfugliando uscii e mi allontanai. Mentre mi pisciavo nei pantaloni e gli occhi mi si riempivano di lacrime di vergogna e di pentimento, tutte mescolate, l’unica cosa che riuscii a dire a fior di labbra fu “l’avagna”.

Le medie finirono, finì anche il liceo, crebbi, imparai o credetti di imparare a capire le femmine, mi innamorai, mi disamorai, soffrii e feci soffrire. La Savoretti non la dimenticai mai, ogni volta che sento la parola lavagna mi viene un nodo allo stomaco e torno a sentirmi un ragazzino confuso delle medie.

1 Comment
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Adriana Giotti
2 anni fa

Bello! Raccontato come se il tempo si fosse cristallizzato e le parole fossero rimaste impigliate nel linguaggio di un adolescente, lacerate nel rimorso tardivo di un inconsapevole colpa. Vorrei che fosse letto nelle scuole, chissà quanti ragazzi capirebbero che basta una sola parola per ferire, causare un dolore inestinguibile.