Caro Rashid,
alla fine trovo un attimo per scriverti, come potrai immaginare non è un periodo facile. Chiamate continue, urgenze ed emergenze. Le missioni sono sempre più pericolose e non tutti tornano. Io, nonostante non sia più tanto giovane, sono sempre sulla breccia, sai, “sei affidabile”, “hai esperienza”, “hai sempre portato a termine le missioni”. Ma inizio ad essere stanco di tutto questo.
E tu? Come te la cavi? Come stai? Dammi notizie!
Shalom aleichem
Il tuo amico Boaz
Boaz, amico mio! Che piacere leggerti, che mi sia arrivata la tua lettera è già un avvenimento, qui manca tutto, è sempre buio e tutti sembrano impazziti, urla spari, esplosioni. Da quando lavoro per Hamas non ho un attimo di pace, non faccio in tempo a tornare da una missione che mi fanno ripartire, ma qui non sanno fare, hanno perso tanti di noi e anche quelli che vanno in missione non arrivano molto lontano. Anch’io sono stanco, se avessi saputo che qui era così non avrei accettato, sarei andato a lavorare in Ucraina come Leonid o in Burkina come Aboubakar. Mi chiamano, devo andare, fatti sentire!
As-salam alaykom
Rashid
Rashid, amico, è davvero singolare che tu mi abbia nominato Leonid, mi ha scritto proprio la settimana scorsa dal fronte ucraino e non se la passa per niente bene. Dice che da loro è un casino totale, a volte non riescono a ricordarsi per chi o contro chi combattono. Certo lui viene dalla Russia e l’Ucraina dovrebbe essere il nemico, a volte si sente con Volodia da Kiev e lui gli dice che per loro è lo stesso, fanno quello che devono ma a volte vorrebbero potersi esimere dall’eseguire ordini che per loro sono terribili. Credo che per tutti noi sia un momento drammatico, ieri sono arrivati gli americani, i francesi e anche gli italiani, ricordi Leonardo? Sembra che le cose si complicheranno e il mio pensiero va a te e ai nostri cugini arabi.
Shemor al atzemach
Boaz
Boaz, amico, mi dai notizie preoccupanti. Se sono arrivati gli americani e gli europei significa che è imminente un inasprimento del conflitto, e noi siamo pochi e male attrezzati. Ho sentito Masoud e mi ha detto che loro in Iran ci daranno una mano, lui adesso è con Hezbollah e questo mi rincuora anche se l’idea di essere dalla parte opposta alla tua mi fa sentire triste, ma tant’è, è il nostro destino e nulla possiamo fare.
Certo che a vedere la devastazione e la sofferenza che mi circondano penso che avrei preferito essere qualcosa di diverso, chessò… mah sciocchezze, vado, anche se comincio a non sopportare più di essere chiamato sempre col buio.
Ci rivedremo?
Inschallah
Rashid
Caro Rashid,
Ho appena saputo che Aboubakar è sparito in Congo. L’ultima volta che ho avuto sue notizie era ancora in Burkina, dove è sempre stato di stanza, ma in Africa la situazione è fluida e quindi ha girato tutti i conflitti tra Congo, Ruanda e Mauritania. Lui era sempre entusiasta, di sicuro perché era giovane e non aveva visto tutto quello che abbiamo visto noi. Ricordi? Anche noi all’inizio eravamo sempre felici di partire per i nostri viaggi, e il ritorno sempre leggero, a volte ci facevano fare perfino qualche giravolta. Ma ora non è più così, per me tutto è cambiato una domenica di aprile di tre anni fa. Lo Shin Bet aveva mandato un ricognitore e le immagini dicevano che in quel cortile c’era un gruppo di guerriglieri in preparazione. Subito mi hanno caricato, tarato e mandato su Gaza volando basso sopra i tetti piatti delle case. Poi all’improvviso il cortile, un gruppo di palestinesi, uomini, donne e tanti bambini. Mi ero sentito morire e avevo istintivamente provato a comunicare che il ricognitore non aveva visto i bambini che erano usciti dopo, che non erano guerriglieri ma una grande famiglia che festeggiava il compleanno di un bimbo. Ma non potevo comunicare, non potevo cambiare rotta, non potevo abortire la missione, potevo solo seguire la cabrata. Quando mi sono sentito sgravato dal peso che avevo appeso sotto di me e mi sono impennato virando per tornare verso Israele ho potuto vedere l’inferno di fuoco che avevo scatenato su quella gente. Da allora ogni missione ho sperato di non tornare, magari di essere abbattuto da uno dei tuoi, ma sono bravo, esperto, affidabile e condannato a convivere con me stesso.
Non è nemmeno una questione di nazionalità, tutti noi avremo fatto qualcosa di simile, noi droni siamo apolidi, come gli zingari, usciamo da una fabbrica pulita in un paese in pace e portiamo dolore in qualsiasi paese ci mandino.
Quando dici che avresti voluto essere qualcosa di diverso mi leggi nel pensiero, quante volte ho sognato di lavorare per la protezione civile per cercare persone scomparse in montagna o nella foresta.
Ma darsi il tormento non serve, continuiamo a fare il nostro mestiere finché contraerea non ci separi, come diciamo tra noi, e se esiste un dio dei droni speriamo che ci potrà perdonare.
Ci rivedremo?
B’ezrat HaShem
Boaz
Persino i droni hanno pensieri e una coscienza. Il numero dei conflitti sparsi per il mondo è incerto, chi sostiene siano 150 lo fa sempre con un certo imbarazzo, giacché di molte guerre non abbiamo notizie. Bellissimo questo racconto, corre e non lascia fiato al lettore. Si arriva alla fine con un senso di sconfitta planetaria, umana, disumana.
Crudo, feroce, dilaniante. Arriva come un pugno in pieno viso e lascia solo una domanda: “Che fine ha fatto l’umanità? Non ci sono risposte, anzi, ogni tentativo di spiegare come siamo giunti a questo rilascia miriadi di nuovi “perché?”, che confluiscono in un’unica direzione: la legittima condanna senza appellanti, scusanti, attenuanti. Geniale il saluto nelle grandi religioni monoteiste. Il problema non è mai religioso, al contrario, le colpe, gli orrori e la follia umana non sono mai attribuibili a entità divine. Noi siamo i fautori del nostro destino.