Qui, sulla terrazza di un vecchio hotel di Biarritz, sto. Sono le quattro del pomeriggio, il sole è tiepido e davanti a me, sul tavolo, il primo martini dry della giornata. Guardo da dietro gli occhiali da sole la gente che ozia accanto a me o che passeggia sulla spiaggia, tutti uomini anziani con compagne troppo giovani o troppo vecchie. La luce del giorno non mi piace, mi infastidisce, poi non mi piace che mi vedano gli occhi, sono geloso dei miei occhi. Sono geloso anche della mia privacy, per questo ho una piega cattiva sulla bocca e fumo con un lungo bocchino, nessuno mai mi avvicina. Di giorno non ho un nome e non ho un’identità, non mi servono più da tanto, io inizio ad esistere a metà serata ed esisto fino quasi all’alba, quando mi ritiro, mi strucco, faccio una doccia, mi cambio e torno qui, a dormire.
Mi chiamo Madame Geneviève. Ormai da quasi sessant’anni questo è il mio nome.
L’uomo anziano, minuto, con i capelli tinti e l’abito elegante che vedete seduto in questa terrazza è solo il custode diurno di Madame Geneviève. A lui tocca la fatica di vivere, di mangiare e annoiarsi, a lui toccano gli acciacchi dell’età, il fegato affaticato e i polmoni offesi da una vita di fumo, suo e altrui. A lui tocca il male ai piedi per tutti gli anni di tacchi alti, a lui tocca il male al culo per tutte le volte, e sono state tante, che lei si è data per passione o per denaro, per amore mai.
Mi raggiunge in terrazza il ragazzo giovane e bellissimo e stupidissimo con il quale ho passato la notte, è stolidamente orgoglioso perché si sente maschio e generoso, ma io non ricordo assolutamente il suo nome e la notte appena passata è passata e basta. Mi mette una mano sul braccio e io lo scosto con ferma delicatezza. Cerca di fare conversazione e lo libero dall’imbarazzo dicendogli che non è necessario, lui non riesce a dissimulare l’espressione di sollievo, lo sento indeciso se tentare il bacio di commiato ma fortunatamente decide che non ne ricaverebbe niente più di quello che ha già avuto e quindi me lo risparmia e se ne va.
Torno a dedicarmi al niente che è la mia vita, ma questo non mi suscita alcuna emozione, è un dato di fatto, niente più. Con gli anni e i vizi la voce di Madame Geneviève si è abbassata di un’ottava buona, le canzoni che canta ora sono molto più tranquille e confidenziali, anche la gamma dei movimenti si è parecchio ridotta. Ma l’importante non è quanto ma come, da vecchia professionista qual è ha adattato la sua arte a se stessa, non il contrario. Anche gli abiti sono diventati più castigati, però non hanno perso il loro appeal, anzi hanno acquistato un’aura ancora più misteriosa e struggente. A lei piace definirsi una stella perpetuamente cadente.
Di giorno porto gi occhiali da sole perché sono geloso dei miei occhi. La notte, dove lavoro le luci sono basse e comunque gli occhi che il pubblico vede sono quelli di Madame, i miei no, non li vedono, sono l’unica cosa completamente mia. L’unico legame con quello che ero prima di incontrare lei. Non so nemmeno perché io lo mantenga questo legame, ma sono tante le cose che non so quindi una in più non fa differenza. Guardo da dietro gli occhiali da sole la gente che ozia accanto a me o che passeggia sulla spiaggia, tutti uomini anziani con compagne troppo giovani o troppo vecchie. Mi chiedo se quando pensano alla loro vita sentano lo stesso niente che sento io. Li vedo ricacciare indietro i loro anni per potersi sentire all’altezza delle loro giovani e vistose compagne, sapendo bene che non serve a nulla perché è solo il loro avere che li rende interessanti. Quei pochi che hanno una compagna della loro età ricacciano indietro gli anni allo stesso modo, lo stesso fanno le loro mogli, vivono come se non fossero loro a vivere ma le loro versioni giovani improvvisamente tornate alla vita. La loro disperazione è quasi fisica, la trasudano. Se fossi in grado di provare empatia forse la sentirei la loro disperazione, ma anche questo alla fine rimane solo un fatto, niente di più.
Ieri sera durante il numero sudamericano, quando canta “Vado a Puerto Rico” con le maracas e l’abito sgargiante, Madame si è sentita male, per un solo attimo ha vacillato, ma senza nemmeno rendersene conto ha improvvisato un piccolissima coreografia appena accennata con la quale ha dissimulato il suo mancamento. Così invece di suscitare apprensione o pena ha ottenuto un applauso ammirato. Lei è così, è una vecchia signora affascinante che canta per lo più appoggiata allo sgabello, le poche volte che accenna un movimento in più il pubblico gradisce e applaude educatamente.
Ho un cancro. Lo so da tre mesi. Non mi resta molto. L’ho saputo, l’ho accettato e ho continuato con la mia vita, qualunque sia. Però non so come dirlo a Madame. Ci ho pensato tanto. Non so se dirle di ritirarsi e poi farmi carico io della nostra morte o se farla uscire di scena drammaticamente accasciandosi sul pavimento e venire portata fuori a braccia mentre saluta per l’ultima volta il suo pubblico. Proprio non lo so. Penso però, mentre guardo ancora il passeggio sulla spiaggia, che le persone che vedo sono le stesse che la sera vengono a vedere lo spettacolo di Madame, e che lei non merita di morire davanti ad un pubblico così. Insieme siamo stati su palchi ben più raffinati prima di finire in questo posto triste dove tutto è tiepido, dal sole, al cibo, agli applausi. Quindi staserà glielo dirò, ma poi comunque deciderà lei, ha sempre deciso lei, io sono solo il suo custode diurno, sono l’uomo senza identità, l’uomo che si è tenuto per sé solo un paio di occhi. Sono geloso dei miei occhi, ma stasera quando parlerò con Madame mi toglierò gli occhiali da sole e le permetterò di guardarli, siamo alla fine del viaggio e posso lasciare anche quest’ultima cosa. Au revoir.
Così cominci a leggere e non smetteresti: vuoi conoscere Madame, vuoi vedere ciò che resta velato.
E ti accorgi che la forza del tragico si misura nella misura…
Grazie (bacio)
Ottimo, Alberto. Il soggetto, per quanto non sia originalissimo, è sempre affascinante. E la tua scrittura lo rende indiscutibilmente tuo.
Grazie, se davvero inizio ad essere riconoscibile sono molto contento…
Tra i tuoi racconti, questo e “Luce di Sicilia” sono i miei preferiti.