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Marabù

Li chiamano Roscio e Nebbia. Roscio è alto, con i capelli rossi e sottili raccolti in una coda, ampie zone del cranio sono scoperte nonostante lui li risistemi di continuo.

Si specchia in ogni vetrina, cercando di non darlo a vedere, e quando si accorge di non avere tutta la testa coperta gli viene un tic che gli storce l’angolo della bocca. Nebbia lo chiama il tic della piazza e Roscio si incazza e gli viene ancora più forte.

La piazza è dove stanno per gran parte del fine settimana, Roscio gilet di pelle su petto scoperto e tatuato, jeans bisunti e texani ai piedi. Al collo una collana di denti di animale, che lui sostiene di aver cacciato e ucciso con un coltello quando era in Madacascar (!), ma ogni volta cambia animale e paese. In realtà la collana viene da una bancarella di sconvolti nel mercato rionale. Dicono che i denti appartenessero ad un animale ucciso a coltellate dal titolare della bancarella quando era in Zimbabwe. Però se tu la compri poi ci metti sopra la storia che vuoi tu e quella diventa la storia vera, per questo è una collana magica di manitù e per questo costa 100 euro. E Roscio, che ambisce a “diventare mitologico”,  scuce i soldi.

Nebbia è una creatura a sé. Altezza poco sotto la media, capelli così biondi da sembrare bianchi e occhi così azzurri da sembrare biondi. Con lui è così, sostantivi e aggettivi sono intercambiabili; lo guardi e vedi nebbia, un lucore dai colori tenui.

Ha un sorriso triste e i denti un po’ scombinati, veste sempre con un completo grigio chiaro, camicia celestina, mocassini. La cravatta no, la cravatta – dice – è il preludio all’impiccagione. Calmo, pacato, ha un tono di voce basso, un’ironia puntuta ma sempre elegante, un modo stare in silenzio che sembra nebbia.

Se ne vanno in giro insieme, camminando sempre come se fossero attesi; ogni tanto Roscio avvia un dialogo sempre uguale:

– Nebbia, siamo attesi?

– No Roscio, non siamo attesi

– Bene, allora possiamo rilassarci.

Poi riprendono a camminare come se fossero attesi.

Nebbia ha un cielo dentro di sé. Un cielo grande, pulito, di un azzurro quasi doloroso. Lo controlla sempre, attento a qualsiasi segno di intorbidimento o rannuvolamento; il suo stare dipende dalla pulizia del cielo. Non lo stare bene o lo stare male, proprio lo stare. Se il cielo si copre lui sparisce nella nebbia.

Oggi è sgombro e splendente, Nebbia guarda Roscio che gli cammina accanto e si chiede come sarà il suo cielo. Lo immagina opaco e striato di grigio, un cielo che se fosse il suo lui sparirebbe subito dissolvendosi.

Pensa che a Roscio gli vuole molto bene, gli suscita un senso di protezione e al tempo stesso lo fa sentire sicuro. Non si chiede perché, sa bene che sono due anime perse che non hanno più nemmeno voglia di immaginare qualcosa da cercare. Troppa fatica, già vivere lo è, badando a Roscio che si mette sempre nei casini per procurarsi la roba, che poi ogni volta attacca la stessa filippica che lui non si fa perché è tossico ma perché il farsi fa parte di un progetto di evoluzione e di liberazione. Oltre a questo punto non va mai e Nebbia non ha mai saputo quale sia questo progetto e da cosa lo libererebbe. Potrebbe pensare che sono vaneggiamenti di un tossico, ma lui Roscio lo rispetta e gli riconosce una sorta di spinta interiore, anche se non saprebbe dire verso cosa.

Quando è di buonumore Roscio dice che lui e Nebbia sono come il cowboy da marciapiede e Rico Rizzo e allora Nebbia inizia a zoppicare e a parlare con la voce roca, ma non gli riesce bene perché ha la voce piena di aria, leggera e sospirata. Però Roscio è contento, cammina a testa alta e gira la testa a destra e sinistra per vedere chi lo guarda e se incrocia lo sguardo di qualcuno lo punge col suo sguardo da cowboy perché quando uno è mitologico non ci stanno cazzi. Anche questa è una frase che gli piace ripetere però le zeta gli escono acciaccate perché anche i suoi denti lo sono.

Dal canto suo Nebbia ha un rapporto con l’eroina molto disciplinato, si fa solo dal venerdì sera al sabato sera, domenica pulita e lunedì in ufficio, è geometra per vocazione e lavora in comune. Per Nebbia l’eroina è eroina e basta, non le attribuisce nessun potere mistico, a volte dopo che si è fatto vomita ma senza perdere la sua eleganza naturale. Pensa spesso che i loro percorsi sono sempre gli stessi e che gli piacerebbe proprio trovarne di nuovi, ma appena lo pensa il suo cielo di scurisce immediatamente. Allora Nebbia si dice che per fortuna c’è l’eroina, che per un po’ lo fa sentire meno prigioniero della vita.

Nebbia ama la musica. Roscio conosce solo “il rock” che per lui è la sola vera musica, lo dice perché va detto ma in realtà non gliene frega niente. Infatti se Nebbia gli chiede quali band gli piacciano lui risponde “il rock” e poi cambia discorso.  Roscio è proprio un tossico, senza fronzoli.

Le due file di puntini paralleli sulle sue braccia sono le luci di atterraggio per le aerolinee dello sballo. Quando l’aereo atterra inanella un sorriso beota e biascica “che schienata”. Poi non parla più.

– Nebbia, cosa vuol dire marabù? L’ho sentito alla tele, mi fa ridere, sembra una parola finta

– È un tipo di volatile che vive in Africa, un volatile grande

– Ma dai!  Un uccello che si chiama marabù? Te lo sei inventato!

– No, è vero, te lo faccio vedere sul telefono

– È questo? Cazzo che brutto! Una specie di avvoltoio ma più brutto! Secondo te ci assomiglio?

– Forse un poco, è bello assomigliare a un animale

– Anche se è così brutto?

– Per gli animali non c’è bello o brutto, sono quello che sono

– Come noi Nebbia? Anche noi siamo quello che siamo

– Certo, e come gli animali noi siamo belli così come siamo.

– Lo so che mi vuoi bene Nebbia, ma io bello? Mitologico sì, ma bello no, noi mitologici non siamo mai belli

– Come vuoi Roscio, andiamo adesso?

– Nebbia, siamo attesi?

– No Roscio, non siamo attesi

– Bene, allora possiamo rilassarci.

1 Comment
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Adriana Giotti
2 anni fa

Meravigliosa la descrizione dei due personaggi (a cominciare dai nomi, che rappresentano due tipi umani diversi, ma con un destino comune). Due solitudini di cui nessuno si accorge, che nessuno aspetta, nessuno cerca. Ottimo lavoro.