“La mamma lo sa che siamo messi male” dice mia sorella, con la voce che si perde nel gorgogliare dell’acqua, “lo sa bene”.
Mia sorella sta facendo un trattamento di “Tibetan Alternate Streaming”, che lei chiama familiarmente TAS. “Vado a fare la TAS” diceva con tono affettatamente annoiato. Il Tas è l’ultima trovata di mia sorella per farsi spillare quattrini, in pratica si tratta di una vasca lunga, stretta e poco profonda nella quale il receiver, guai a chiamarlo paziente o cliente, si stende. Dopodiché inizia una forte corrente che dalla testa va verso i piedi, alternata ad una corrente di uguale intensità che va in direzione contraria, dai piedi alla testa. L’acqua è rigorosamente a trentasei gradi e il suono monotono delle campane tibetane si diffonde sotto la superficie dell’acqua e nell’ambiente.
Secondo il proprietario del centro, che io ho scoperto essere cinese e non tibetano come sosteneva, l’alternarsi delle correnti, unito alla temperatura dell’acqua e al suono delle campane, provoca un’alternanza nello scorrimento delle correnti dielettriche interne con un’influenza straordinaria sulle onde alpha che miracolosamente trovano la frequenza di risonanza perfetta per il receiver, frequenza unica ed esclusiva per ognuno.
Mia sorella aveva ascoltato rapita questa sfilza di stronzate e quando aveva sentito onde alpha non aveva capito più niente, era un periodo che la sua vita ruotava, diciamo così, attorno alle onde alpha e alla musica binaurale. Aveva staccato con entusiasmo un assegno che mi avrebbe mantenuto per un mese; i trattamenti erano ovviamente seguiti da massaggi di tipo particolarissimo con oli e unguenti segreti tibetani e il tutto costava una follia.
Mia sorella non fa nulla che non costi esageratamente, sostiene che solo esagerando si può arrivare a risultati eccelsi. Mia sorella è una specie di gigantessa sociopatica con i capelli rosso fiammante e tutto ciò che la riguarda, dal corpo al carattere, è esagerato. Tutto, anche la sua stronzaggine.
“La mamma lo sa che siamo messi male” ripete mentre bende e garze fluttuano attorno a lei. Mia sorella sostiene che sacrificare l’estetica alla funzionalità è bullshit, solo chi non ha il coraggio dell’individualità sostiene il primato della funzionalità. Quindi, per esempio, lei mai metterebbe un costume da bagno, orrido compromesso per pavidi, ma quando prende le acque si paluda con strati e strati di veli e garze che la trasformano in una specie di mummia in disfacimento, appiccicandosi al suo corpo esagerato e sparendo tra le pieghe delle sue carni.
Io ho dieci anni meno di mia sorella, sono scuro, mingherlino, con gli occhi da cerbiatto e le orecchie da elfo. Sono gay, ed è per questo che sono in questa situazione di merda. Quando ho avuto la malaugurata idea di fare coming out in famiglia mia madre, donna splendida e svanita, ha detto “che bello, tutti nipotini maschi!” Mia sorella, carina come sempre, mi ha detto ti insegno io una o due cose così non li fai scappare tutti e mio padre, uomo buonissimo ma anziano e con idee granitiche, aveva detto figlio, io ti voglio bene come prima ma considerato che soffri di una malattia mentale debbo per forza prendere delle misure. Detto fatto aveva convocato il notaio e in pratica mi aveva completamente diseredato, o meglio aveva affidato a mia sorella la gestione dell’intero patrimonio ereditario a condizione che si occupasse per sempre di me e delle mie necessità.
A mia sorella non era parso vero, l’idea di poter disporre liberamente di tutti i soldi e anche di me era il massimo per lei, che fin da quando ero piccolo mi costringeva a stare per ore ad ascoltarla mentre mi propinava la sua filosofia di vita del momento.
Adesso siamo usciti dal centro e mia sorella guida con signorile lentezza la nostra macchina, sua per la verità, come tutto, una Pontiac fatta arrivare dall’America e immatricolata qui con una spesa folle, tanto per cambiare, con i sedili di pelle bianca e un volante che da solo vale come un’utilitaria. Abbiamo anche la targa personalizzata ma non vi dico com’è, mi vergogno.
Insomma andiamo, e io chiedo a mia sorella “Cosa vuol dire che la mamma sa che siamo messi male? E poi messi male che? Siamo messi male?”
Mia sorella non mi risponde ma socchiude gli occhi e inizia a respirare con la bocca aperta e ad emettere dei suoni simili alle campane tibetane del cazzo. Io penso “Oh no, non un’altra volta” ma è troppo tardi, lei fa in tempo a dire “Sento che sta arrivando!” e parte con una sequenza orgasmica che rappresenta la sua vivenza delle onde alpha e rappresenta anche la macchina che sale a metà sul marciapiede, con lei che guarda in alto con uno sguardo da santateresa in estasi e io che dico “Ma cazzo!” ma lei mi fa appena “Shhh” e poi riprende la sua estasi mentre dalle macchine che devono schivare il nostro vagone ci arrivano maledizioni a quintali. O meglio, arrivano a me perché la sorella non sente e non vede niente altro che se stessa e le sue vibrazioni. Poi passa, successo niente, rimette in moto, scende dal marciapiede senza guardare se qualcuno sta passando, e poi ripete “La mamma lo sa che siamo messi male, lo sa bene”.
Arriviamo senza altri incidenti al ristorante dove faremo colazione e mia sorella, prima di scendere dalla macchina, mi guarda e mi dice “Mandami affanculo”. Mia sorella ha sentito uno dei suoi guru parlare di “ipertrofia megalitica dell’ego primario” che secondo me già basterebbe per mandarci il guru, affanculo. Ma mia sorella, avendo un ego primario ipertrofico e megalitico, ha colto al volo l’occasione per inventarsi un altro modo di rompere le palle all’universo, che nella fattispecie sono io. La terapia consiste nel farsi periodicamente bastonare l’ego da qualcuno, che sono sempre io. Capirete quanto funziona la cosa, come adesso che mi sta guardando come se stesse per sottoporsi ad un’iniziazione sciamanica e mi ripete “Mandami affanculo! Mandami affanculo!”. Cerco di non farle vedere la mia espressione esasperata e con l’aggressività di cui sono capace, non molto intensa in effetti, le schiaffo in faccia il suo vaffanculo. Lei chiude gli occhi, fa un respiro profondo, sorride e poi dice un filino acida “Grazie, anche meno, però”. Scendo dalla macchina scuotendo la testa sconfortato e poi la precedo da Filipponio, il ristovegan preferito.
Prendiamo posto al solito tavolo, leggermente isolato dagli altri ma visibile da qualsiasi posizione del ristorante. Siede, toglie gli occhiali da sole e sospira. Poi inizia a raccontarmi delle sue sensazioni odierne avute durante la TAS, per fortuna dopo pochi minuti dice “Ah, ma tu non puoi capire…” e passa a chiamare il cameriere con leggero cenno della mano.
Mia sorella ordina, ovviamente anche per me, dei piatti con dei nomi talmente irritanti che sembra li abbia battezzati lei stessa. Chiama il cameriere caro e gesticola mimando i piatti di cui parla. Io, e il cameriere, conosciamo la sceneggiata, si ripete ogni volta e ogni volta come se fosse una novità. Solo che il cameriere è pagato per fingere interesse, io no e quindi mi astraggo. Mentre guardo fuori passa davanti al ristorante un uomo con cui ho avuto una storia, una storia importante, che poi è finita, guarda caso, grazie a mia sorella. Non mi vede, lo guardo passare e proseguire sulla sua strada e nella sua vita. La mia vita, invece, rimane ferma a questo tavolo. Mia sorella ha finito la pantomima col cameriere e dovendo riempire l’attesa per la prima portata decide di avere un momento di umanità. Mi guarda con un’espressione che secondo lei è quella da sorella empatica e mi chiede “Ma tu sei felice?”. Io la guardo con la prima espressione che mi capita, tanto per lei non fa differenza, per un attimo sono tentato di dirle la verità, ma lei non mi sta già più considerando, sta guardando fuori, verso il parcheggio, mentre ripete “La mamma lo sa che siamo messi male, lo sa bene…”
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