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Mio Marito
Il mio primo racconto, figlio di una febbre a 39.5

Mio marito ha la pelle di un bellissimo colore nero, completamente glabra.  Un nero profondo e a tratti lucido, con delle irresistibili macchioline giallo vivo attorno agli occhi e sugli zigomi, dove noi abbiamo le lentiggini. Un piccolo sciame di queste stelline gialle scende dal retro del cranio lucido fino alla radice del collo, da dove si allarga fino a sfumare sulle spalle muscolose. I suoi occhi hanno le iridi gialle e le pupille nerissime e oblunghe. Sulla schiena ha un paio di ali di un materiale setoso, leggerissime e resistentissime, solcate da una rete di piccole vene che in controluce sembrano la filigrana di una foglia. Mio marito è una creatura e io sono stata la prima tra le mie amiche a sposare una creatura.

Sono arrivate un paio d’anni fa, riempiendo il cielo della nostra città coi loro voli aggraziati e i loro versi melodiosi. All’inizio c’è stata un po’ di agitazione ma nessuna li sentiva come un pericolo e dopo un po’ sono diventati parte del nostro panorama, per così dire.

Quando c’è brutto tempo la pioggia appesantisce le loro ali e si appoggiano quindi sui davanzali, guardano dentro per un po’ con una muta richiesta di ricovero ma poi come sono arrivati se ne vanno, non insistono mai,  a volte  capita che se ne fermino molti, quasi uno dopo l’altro.  Una sera di pioggia battente stavo guardando fuori quando  lui si è appollaiato sul davanzale della mia finestra. I nostri occhi si sono incontrati e io senza quasi pensarci ho aperto la finestra e l’ho fatto entrare.  Ci siamo guardati a lungo, lui con il collo leggermente piegato da un lato, io con le mie pantofole con la faccia di mucca e il pigiamone di flanella, il “pigiama da zitella”, come lo chiamiamo con falsa allegria tra di noi che a trent’anni siamo ancora nubili, e lo siamo tutte. Non c’erano più uomini in città, né da nessun’altra parte. Quelli che non erano morti nella guerra lunga li aveva sterminati il virus.

Senza parlare, anche perché le creature non parlano, si è avvicinato al camino e ha spiegato le ali, facendo cadere sul tappeto una miriade di goccioline d’acqua. Dalle ali riscaldate dal focolare si levava un sottile velo di vapore e lui le muoveva continuamente e delicatamente, con un effetto ipnotico.

Quando fu asciutto e ritemprato si avvicinò al vetro ed emise un breve suono indicando l’esterno, capii che se lo volevo bastava che gli aprissi la finestra e lui sarebbe ritornato fuori. Gli indicai di tappeto davanti al camino e gli sorrisi, lui mi guardò senza capire, mi stesi allora sul tappeto e lui, dopo un attimo di esitazione, si stese accanto a me.

La mia intenzione era solo di fargli capire che poteva dormire al caldo e all’asciutto fino al mattino, non sapevo nemmeno se dormissero, in effetti, ma quando lo ebbi accanto iniziai e sentire dentro un senso di pace e di calore. Come se fosse la cosa più naturale del mondo mi sbarazzai delle pantofole e mi accoccolai accanto a lui. Allo stesso modo lui mi avvolse con le ali e così ci risvegliammo al mattino, il fuoco spento ma io al sicuro nel suo tepore da un altro mondo.

Al mattino gli aprii la finestra e lui volò via veloce, ma la sera, e da allora ogni sera, ritornò ad appollaiarsi sul davanzale e io ogni sera gli aprivo la finestra.

Dopo tre mesi eravamo sposati. La cosa che mi commosse fu che al momento del si la mia creatura emise un suono sottile e breve, come se avesse capito cosa stavamo facendo. Gli misi l’anello sul dito lungo e affusolato e lui lo mise a me, non senza qualche difficoltà, poi ci baciammo mentre le sue ali si aprivano con un fremito.

Ora sta spesso in casa, guarda e ascolta tutto con attenzione, quando vengono le mie amiche in visita lui sta sul divano e volge sempre lo sguardo verso  la persona che parla. Inizia ad emettere dei suoni che sembrano partecipare al discorso ma nessuno lo capisce e lui non se ne fa un problema, non si fa un problema di nulla a dire il vero.

Con il tempo, ad una ad una, tutte le mie amiche hanno sposato una creatura. Le creature sono dolci, educate e gentili, la loro sessualità è generosa ed intensa e il canto che regalano dopo aver fatto l’amore è quanto di più dolce si possa sentire.

La domenica, il nostro giorno libero, noi mogli di creature andiamo tutte sulla spiaggia con i nostri cappottini e i foulard in testa, perché da dopo la guerra qui c’è sempre tanto vento. Ci mettiamo vicine, tutte con lo sguardo al cielo color sabbia dove i nostri mariti si esibiscono in voli fantasiosi e mozzafiato, in salite vertiginose e picchiate folli, tutto accompagnato da suoni che in queste occasioni sono secchi, urgenti e maschi. Poi ce ne torniamo ognuna alla propria casa, perché i nostri mariti stanno insieme solo nel cielo della domenica, per il resto del tempo non si frequentano.

La settimana scorsa ci siamo trovate a casa mia e abbiamo messo in un sacco tutte le ciabatte con le facce di animale e i pigiamoni da zitella e poi l’abbiamo buttato via ridendo.

Certo non parliamo, io provo a confidargli i miei pensieri e le mie pene ma lui mi guarda con i suoi occhioni e mi sorride, adesso ha imparato come si fa, ma so che non mi capisce. Non sono sicura che sia un male, però, con il tempo a forza di non poter parlare delle mie tristezze le tristezze non mi vengono nemmeno più. E ogni anno, il giorno del nostro anniversario, lui apre la finestra e schizza in un volo velocissimo e perfettamente verticale, dal quale torna sempre portandomi in dono un pezzetto di stella.

3 Commenti
Vecchi
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Silvia
6 anni fa

Però, ti piglia bene la febbre!

Donata Ghielmetti
6 anni fa

Quanta dolcezza in questo racconto.

Roberta
6 anni fa

leggero come un paio di ali e dolce come un canto.