“Dai, ti prego, lo so che avevi detto che non l’avresti più fatto ma solo per questa volta, stavolta sento che ce la faccio…”
Sono al telefono con mia sorella. Mia sorella ha dieci anni meno di me, e ha solo me, o meglio solo l’eroina e me. È tossica da quando aveva 15 anni e riguardo a questo non dirò altro, tanto le storie delle famiglie con un tossico a bordo sono tutte uguali.
Da qualche anno, da quando sono morti i nostri genitori, sta cercando di rimettersi in piedi, se non altro perché le ho detto chiaramente che io ci sarò sempre ma che non posso trascurare la mia vita per la sua. Gran discorso, intanto ho escluso un posto di lavoro fisso perché non avrei potuto andare a toglierla dai guai quando ci si ficcava, e quindi mi sono trovato un lavoro da libero professionista che mi permette di lavorare a casa in modo da essere sempre disponibile. Poi, di fatto, non faccio altro che aiutarla, soccorrerla, consolarla, mandarla affanculo e dirle che non la voglio più vedere. Torna sempre, la riaccolgo sempre. È mia sorella.
Dunque sono al telefono che ascolto per l’ennesima volta la storia della sua straordinaria opportunità di lavoro, che con un lavoro lei potrebbe riacquistare la fiducia in sé stessa e non ricadere più nella dipendenza e potrebbe ridarmi i soldi che…
La sento senza ascoltarla, di colloqui di lavoro ne abbiamo fatti un milione, sono sempre finiti con lei che dà in escandescenze e inizia ad insultare l’intervistatore perché le ha fatto domande alle quali non sa rispondere, io che mi scuso e mi vergogno, lei che esce e continua la piazzata fino in strada dopodiché se ne va incazzata come se fosse colpa mia.
Avevo giurato e me stesso e a lei che non l’avrei accompagnata mai più, cascasse il mondo.
Ma lei è una che non molla, mi conosce bene e sa che se mi prende per sfinimento alla fine cedo. Dovrei solo riattaccare il telefono ma ancora non ci riesco.
E sono le nove di mattina, fa già molto caldo, cammino sul marciapiede con mia sorella che mi trotterella dietro. Ha occhiali da sole enormi, un paio di sandali con le zeppe, una gonna troppo corta che mette in evidenza la sua magrezza e una camicetta stile carioca. È truccata pesantemente, le tossiche sono convinte che truccarsi pesantemente le faccia sembrare pulite, e porta anelli, braccialetti e collane. Per un attimo mi viene da ridere a pensare che ha così tanti monili addosso che sembra un’ambulante che vende collane in spiaggia, ma poi penso a quello che mi aspetta e mi passa la voglia di ridere.
Ci sediamo in una sala d’attesa, anonima e brutta, è la tipica sala per colloqui affittata, e già questo mi mette di cattivo umore, credevo si trattasse di una ditta e invece sicuramente sarà un lavoro del cazzo, vendita, call center, pony express, e finirà male.
Si apre la porta, esce una ragazzina coi dreadlock vistosamente incazzata e si affaccia un figuro lampadato, con una giacca piena di toppe multicolor, una cravatta sgargiante con un nodo da gomena e i denti di un bianco innaturale.
Prego, dice, accomodatevi, e intanto vedo che la prima occhiata che dà a mia sorella non è proprio benevola.
Ci sediamo, io un poco rigido e mia sorella che fa la disinvolta, col solo risultato di sembrare una che ha un disperato bisogno di quel lavoro.
Il figuro attacca la sua manfrina infilando nel discorso sorrisi a sproposito ad intervalli più o meno regolari, tanto che penso lo faccia per mostrare i denti bianchi. Si tratta, dice, di fare un piccolo investimento iniziale per creare un minimo di magazzino di questo prodotto che si vende da solo, lui stesso non più di un anno fa era seduto sulla sedia dove adesso c’è mia sorella e in un solo anno aveva fatto i soldi e adesso era lui che dava lavoro alle persone. Naturalmente una parte di quanto guadagnava mia sorella sarebbe andata a lui come diretto superiore, insomma la solita piramide e il figuro era solo un venditore che aveva affittato il posto per trovare dei fessi che lavorassero per far guadagnare lui.
Mia sorella, come sempre, ha ascoltato metà del discorso, tanto ci sono io, però sorride e fa sì con la testa. L’effetto non è molto rassicurante, il figuro è poco convinto ma evidentemente ha preso una serie di due di picche e se mai questa accettasse almeno sarebbe rientrato nella spesa dell’affitto.
– Beh, mi sembra interessante – dice mia sorella – se davvero il prodotto si vende così facilmente si può fare, tu cosa dici?
– Beh – dico io rifacendole involontariamente il verso – magari ne parliamo un attimo io e te e poi ci facciamo risentire
– Eddai – insiste – qualche soldo ce l’ho e tu hai il garage vuoto magari puoi…
– Ti ripeto – dico seccamente – ne parliamo io e te e poi eventualmente ci rimettiamo in contatto…
A questo punto il figuro sbotta – Sentite, io qui sto lavorando e offrendo opportunità, ma sono opportunità che si devono prendere al volo, non è che possiamo fare i giochetti…
– Senti bello – parte mia sorella – lui è mio fratello e se dice che dobbiamo parlare io e lui vuol dire che è così, a te non ti cambia niente se ti chiamiamo domani per prendere la tua opportunità, oppure si? Se non lo capisci sei veramente una testa di cazzo!
Ecco, penso, siamo alle solite, adesso sono cazzi. E infatti lo sono. Il figuro molla qualsiasi atteggiamento da imprenditore e parte in quarta – Bello un cazzo, qui è tutto il giorno che sembra il freak show, io cerco di lavorare mi arrivano tutti casi umani, e il ciccione gay, e la ragazzina piena di piercing, e l’altra coi rasta, e nessuno che voglia veramente lavorare, e per ultima la regina degli zingari, piena di collane e braccialetti, vestita e truccata come una zoccola e che pure fa la difficile, senti tu bella, accomodati pure fuori che io chiudo e cerco di dimenticarmi ‘sta giornata di merda!
Io mi alzo, farfuglio una specie di giustificazione mista a scuse e mi preparo all’uragano in arrivo cercando di farlo scoppiare fuori.
Invece mia sorella non dice niente. Rimane lì, con un’espressione che non ho mai visto, si guarda le gambe, gli anelli, i braccialetti, china la testa e inizia a piangere piano. Poi si alza e senza guardare il figuro incazzato mi dice – Fa niente, andiamo. E si avvia.
Mentre mi alzo sento che qualcosa mi sta montando dentro e prima che capisca cos’è guardo il figuro con sguardo da rottweiler e attacco a gridare. Non ricordo nemmeno cosa gli ho detto, so solo che alla fine della sfuriata esco impetuosamente passando davanti a mia sorella che ha guardato la scena a bocca aperta, incredula che io abbia fatto tutto quel casino per difenderla invece che darle addosso come al solito per la sua inadeguatezza.
Il figuro si è lasciato cadere sulla sedia mormorando – Giornata di merda, finita di merda.
Io mi sento bene, mi sento forte, amo mia sorella e scendo in strada e la aspetto per dirglielo. Lei scende come se niente fosse, mi guarda leggermente preoccupata e mi dice – Stai attento ad agitarti così tanto, ti fa male, e comunque neanche lo volevo il suo lavoro del cazzo. Ciao, ci vediamo che devo vedere un tipo.
La guardo allontanarsi col suo passo incerto, la sua magrezza e la sua aria da zingara zoccola. E ripenso a prima della tempesta, a quando una volta, da piccola, mi aveva portato una conchiglia di plastica dicendo che l’aveva trovata in riva al mare e che era una conchiglia della regina del mare. Io ero stato al gioco, l’avevo presa in mano e le avevo detto che era il regalo più bello che avessi mai avuto. Lei si era messa a piangere dicendo che non era vero, che era di plastica e la regina del mare se l’era inventata e che non credeva che io ci avrei creduto e non voleva che ci stessi male. Le avevo asciugato gli occhi e l’avevo portata al chiosco del gelataio, dove le ho preso un gelato con così tanta panna montata che alla fine rideva con la faccia tutta bianca.
Questo è bello da commuovere…
Molto, molto molto bello.
Bello tutto, l’ultima parte fantastica. Scritta in altro modo sarebbe potuta uscire sdolcinata, invece così è perfetta.
Intenso e commovente. Si respira amore
(io l’avrei cominciato nel mezzo, alle nove di mattina o già al colloquio, il preambolo l’avrei ripreso poi.) buona la panna montata e bella la dedica.