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Pentimento

La sala colloqui del carcere di massima sicurezza è spoglia. Al centro un tavolo di formica scheggiato ai quattro angoli, ai lati opposti due sedie di metallo. Le pareti sono al grezzo, come in tutta la sezione, con l’intonaco di un colore verdastro.  Anche le sbarre dell’unica finestra sono dello stesso colore, una tinta che inganna il cervello. Sembra sempre di sentire odore di muffa e di umidità anche se in realtà non c’è nessuna delle due. Sembra di stare sott’acqua.

La luce penetra dorata tra le grate. Si indovina fuori una giornata di fine estate, con il sole che accende il blu cobalto del cielo ornato da qualche filamento di nuvole e sotto, molto più in basso, il mare che brilla come una stoffa coperta di piccoli diamanti.

Immagino le giovani donne stese al sole ancora caldo, i bambini che fanno chiasso, le vecchie sulle seggiole con le sedute di plastica intrecciata, con il grembiule, le gambe gonfie con sopra l’asciugamano umido, gli occhiali da sole fuori moda e i cappellini di cotone con l’orlo a falde larghe che ondeggiano al vento.

Si può immaginare qualsiasi cosa qui dentro, dopo tanti e tanti anni immaginare è come vedere, basta chiudere gli occhi per un attimo.

Si può immaginare la vita che qui si consuma nell’impossibilità di scegliere, il tempo passa, ma la vita no, rimane ferma. La cosa che mi fa più fa male è guardarmi indietro, ora che le membra e i pensieri sono ormai stanchi, e non trovare niente.

Chi mi ha messo qui, chi ha deciso che qui rimanga fino alla mia morte, sostiene che le persone che ho ucciso una vita non ce l’hanno più. Spendere il tempo di una vita senza vivere è un destino peggiore: avrei preferito morire durante il mio tempo assassino, ucciso come io uccidevo. Ma è un pensiero mio, lo tengo per me, so che pochi lo capirebbero e poi che differenza farebbe?  Niente di quello che fo fatto o non ho fatto durante la detenzione può cambiare la realtà fuori da queste mura. Le scelte cambiano la vita, ma qui nessuno può cambiare niente.

Ho studiato qui, ho studiato molto, ho scoperto le parole, la loro bellezza e il loro potere, io che ho vissuto la mia vita credendo che le parole fossero cose da fìmmini.

Oggi avrò l’ultimo incontro con il dottor Laurìa, il giornalista che mi ha chiesto di scrivere la mia storia. Ho accettato senza una vera ragione, forse perché Laurìa mi sembra una persona onesta. Ma non capisco a cosa serva raccontare la mia storia, perché alle persone che hanno deciso o pensano che io meriti questo destino possa interessare cosa io abbia fatto per meritarlo. Non mi importa, il mio tempo è ormai al termine e voglio solo riposare.

– Don Calogero buongiorno, come state oggi?

– Sto dottore, sto.

– Vi vedo bene, avete un aspetto sano.

– Lei è molto gentile ma sappiamo che non è vero. Il male che mi sta finendo, che io chiamo il bene, si avanza, lento ma pervicace. E il mio aspetto lo rivela.

– Avete ragione don Calogero, ma io ritengo che la cortesia e le buone maniere abitino in ogni luogo, anche qui.

– Lei sa bene che per me questo è un non luogo, ma queste sono sottigliezze lessicali.

– Mi stupisce sempre la vostra proprietà di linguaggio, anche se ormai non dovrebbe. Abbiamo fatto un gran lavoro insieme e il vostro ritratto è quasi ultimato, l’ultima cosa della quale dobbiamo parlare, sempre che voi siate d’accordo, è il tema del pentimento.

– No, di questo non posso parlare.

– Se posso chiederglielo, perché? Avete parlato di tutto, non avete taciuto alcun avvenimento né alcun particolare delle azioni e della vostra vita di boss. Eppure siete qui, anziano, dopo una vita di carcere duro, mai pentito e non disposto a parlare di pentimento. Io credo che questa sia una parte importante della vostra storia, una parte che potrebbe aiutare a capire chi siete stato e chi siete.

– Mi spiace dottore, dovrà trovare un altro modo di chiudere il suo libro, di questo non parlerò né le dirò perché non voglio farlo. È l’ultimo scampolo di intimità che mi riservo, forse l’unica cosa che mi dà un’illusione di vita.

– Non sono sicuro di riuscire a capirvi don Calogero.

– Non può dottor Laurìa, abitiamo due mondi diversi, il mio è da molto solo un mondo interiore e questo segna la differenza definitiva tra di noi. Faccia quello che ritiene con il materiale che ha raccolto, probabilmente non vedrò l’uscita del libro. In ogni caso la prego di non mandarmene una copia, non la gradirei. La saluto ora, mi spiace se l’ho delusa ma questa è la mia decisione.

– Allora addio don Calogero, mi mancheranno i nostri incontri.

– Lei è stato un buon compagno di conversazione, le auguro il meglio.

Il sole è calato adesso, dalla finestra della mia cella mi sembra di vedere un pezzetto di mare, forse  lo immagino solo, ma è mio.

—-

“Caliddu talia bbono chiddu chi fazzu”. Calogero ha compiuto otto anni, e il padre l’ha affidato alle cure di Franco, suo fattore e braccio destro. Da ora in poi sarà il suo precettore, lo preparerà per il destino che gli è stato assegnato.

Don Pippo, ha iniziato l’ascesa al vertice spalando letame in una porcilaia. Ora è capo mandamento, temuto e rispettato, e sostiene che solo “accuminciannu du fangu” si possono conquistare rispettu e piccioli.

Il bambino e l’uomo sono in una rimessa adibita a macelleria, dove vengono uccise, scuoiate e preparate le bestie che poi saranno sbranate dagli ospiti di don Pippo, in lunghe tavolate tra smargiassate, racconti di ammazzatine e di scopate, solitamente con le mogli dei nemici mort’ammazzati.

Appeso al soffitto a testa in giù, le zampe posteriori legate da una corda che termina con un gancio, un coniglio si dibatte. Franco gli si avvicina, dice “Caliddu, talia bbono chiddu chi fazzu”.

Con il pollice ripiega l’anulare e il mignolo sul palmo della mano destra: l’indice e il medio tesi e ben uniti assestano un colpo violento dietro il cranio della bestiola. Il coniglio ondeggia appeso alla corda, come fosse ancora vivo. Franco infila la mano nella tasca della giacca, afferra un coltello a serramanico, fa scattare la molla e incide con maestria le zampe e il ventre. Canticchia, afferra la pelle dell’animale e la tira con forza verso il basso. Lo strappo è così violento che la pelle si stacca dal corpo.

Caliddu pensa che sua sorella Anna fa lo stesso quando deve togliersi i pantaloni troppo stretti, gli dice “Caliddu veni ca e tira”, e poi ride mentre lui diventa tutto rosso per lo sforzo.

Ora l’animale è nudo, il corpo diafano solcato da vene azzurrine, la cassa toracica piccola e arcuata, le zampe anteriori sottili e lunghe, i muscoli potenti delle zampe posteriori.

Caliddu è impressionato e confuso. Ma Franco, che ha allevato sei figli, futuri fattori come il padre, sa come si “criscinu i masculi”. Così dice ”Vèni, iamu a lavari a bestia”. E staccato il coniglio dal gancio lo porta al banco di metallo dove si fa aiutare dal bambino a pulire e lavare l’animale. 

Poi lo porta al vassoio di stagionatura, dove, sempre parlando col bambino, inizia a speziare e condire il coniglio per prepararlo alla cottura.

Caliddu non dimenticherà più l’episodio dell’uccisione e della scuoiatura,  quelle immagini rimarranno impresse indelebilmente nella sua memoria. Nei mesi e negli anni seguenti, diventerà il migliore cacciatore di conigli del mandamento. Ammazzare e scuoiare le bestiole diventerà la normalità.

Così quando a 17 anni gli portano il primo cristiano, lui, superata la resistenza iniziale e rincuorato dal fatto che “chiddu è nfame”, fa quello che sa e deve fare.

Uccide e scuoia, la pelle lavata e conciata è spedita in forma anonima ai familiari dell’infame. Quando succederà a Don Pippo alla testa del mandamento  questo diventerà il suo marchio di fabbrica. La pratica orribile della scuoiatura di esseri umani diventerà la leggenda delle pelli senza corpo, narrata davanti ai camini, sulle seggiole nelle aie, che i bambini ascolteranno con occhi spalancati. I più discoli fingeranno di scuoiare le sorelle minori o i fratelli più piccoli e tutto si risolverà in urla e scapaccioni.

Caliddu è ormai lontano da tutto questo, ora è lui il capo, temuto e rispettato, anche se non disdegna ancora, di tanto in tanto, di scuoiare personalmente i fitusi. Uomini, donne, bambini, vecchi, non fa differenza.

Il tempo passa, le cose cambiano, nuove mafie più pulite ed eleganti fanno molti più piccioli senza sporcarsi le mani.

E i vecchi macellai come don Caliddu non servono più, rovinano la piazza, e finiscono in galera, mentre fuori la famiglia viene sterminata o comprata in modo che il boss decaduto non abbia più nessun sostegno e nessun potere.

È a questo punto che i vecchi leoni iniziano a sbranarsi tra di loro, a fare i nomi e a pentirsi di qualsiasi cosa, se i giochi sono finiti tanto vale ritirarsi al sole e con quattro soldi per la vecchiaia.

—-

Mi stendo sul letto nella cella, la stessa da trent’anni, la stessa nella quale sto rinchiuso 23 ore al giorno, nella quale mangio, dormo e vado al cesso.

Un’ora di aria al giorno, da solo, tra mura alte, non vedo nessuno, non sento nessuno, a parte le guardie che dopo tutto questo tempo ogni tanto scambiano mezza parola. Sono solo, non ho televisione né radio né giornali recenti, ma in fondo cosa me ne importa di cosa succede nel mondo?

Nessuno riesce a capire perché io non abbia mai detto una parola, perché non mi sia mai pentito delle atrocità che hanno costellato la mia vita come stelle malate.

Ma io sono pentito, profondamente e dolorosamente pentito. Ogni giorno rivedo nella mia mente tutte le persone che ho ucciso, una per una. Quelle che ho dimenticato le invento. I loro fantasmi mi hanno accompagnato per tutto il mio tempo in cattività, ho chiesto loro perdono un milione di volte anche se non voglio che mi perdonino, non me lo merito.

È un dolore inconsolabile al quale non ho diritto, piangere vittime rese tali da me, un pentimento intimo e lacerante, non il pentimento di facciata che la giustizia si aspetta.

Quello di cui non posso e non voglio pentirmi è di essere quello che sono: io sono questo, questa è la mia identità e se mi pentissi mancherei di rispetto alle mie vittime. Se mi pentissi come mi chiedono di fare i miei morti sarebbero stati ammazzati da nessuno, da qualcuno che ora non c’è più. Invece io quando ho ucciso l’ho fatto consapevolmente e a volte persino con piacere.

Non ci riesco, forse altri ci riescono, io resto nel mio silenzio, non mi attende nessuna redenzione, io sono quello che sono.

1 Comment
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Adriana Giotti
3 anni fa

Quanto può essere intimo il pentimento? E se è davvero tale, come renderlo manifesto al lettore? Qui si avvertono l’intimità della colpa e il graffio dei rimorsi sulla coscienza. Ottimo brano: fluido, profondo, efficace.