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Specchi

Sono seduto al caffè, lungo la parete c’è un lungo specchio e, davanti,  uno stretto banco in legno e degli sgabelli, l’ideale per prendere un espresso veloce e dare una scorsa al quotidiano. Alzo gli occhi e vedo che a un tavolo sono sedute due persone che stanno parlando fitto. Le guardo e subito cerco di capire cosa si stiano dicendo, sono sempre a caccia di storie. Per fortuna dentro al caffè non c’è molto rumore, così riesco a distinguere buona parte delle parole. Parlano di una lei che quel giorno non c’è, mentre di solito sta lì davanti. Capisco che è figlia di un dottore, che è stata ricoverata diverse volte e che la madre è morta. 

In quel momento mi accorgo che dall’altra parte del locale il barista, che sta facendo i caffè davanti allo specchio dietro al bancone, sta guardando i due che parlano e anche me che li guardo. I due avventori guardano ognuno nello specchio che hanno davanti e vedono me che li guardo; il barista che mi guarda mentre li guardo; me che guardo il barista e il barista che guarda loro. Ognuno dei due avventori vede se stesso riflesso nello specchio mentre guarda me, il compagno e il barista che ci guardiamo a nostra volta. 

Basterebbe che io e il barista ci girassimo per interrompere la catena, ma allora tutti dovremmo ammettere che stavamo guardando tutti gli altri e non sapremmo dire perché. Oppure che i due avventori si alzassero e andassero alla cassa, il barista dovrebbe girarsi per incassare e tutto si scioglierebbe. Però in questo modo il barista lascerebbe a me tutto il controllo visivo, io guarderei tutti e nessuno guarderebbe me. Quindi nessuno si muove. 

Poi entra lei, si siede a un tavolino e inizia a scrivere con un pennarello sulla superficie in formica, senza guardare nessuno. Adesso tutti la guardiamo, la sua storia riflessa decine di volte negli specchi eppure celata al nostro sguardo. Il suo viso dai bei lineamenti, i capelli chiari raccolti alla bell’è meglio sulla testa, una serie che pare infinita di piercing, collane, braccialetti e orecchini, un giubbotto sformato e pantaloni di foggia militare, una smorfia quasi infantile sul viso mentre scrive. Se entrasse qualcuno, ora, nel caffè penserebbe di essere al museo delle cere, tanto siamo tutti immobili a guardarla.

Sembra che tutti la stessimo aspettando, perché quando esce dal locale borbottando tra sé e sé ci scuotiamo come se qualcuno avesse schiacciato il tasto play: gli avventori si alzano e vanno alla cassa, il barista si gira, prende i soldi e restituisce lo scontrino, io scendo dallo sgabello, poso il quotidiano e vado a pagare il caffè. Vedo negli occhi di tutti la mia stessa perplessità, perché ci stiamo guardando direttamente ma non siamo gli stessi che erano negli specchi, anche se lo sembriamo. Però possiamo solo far finta di niente quindi usciamo tutti, lasciando il barista con alcol e strofinaccio a pulire il tavolino dalle scritte.

Fuori c’è lei che guarda il traffico e sembra fare dei calcoli complicati; si china e scrive fitto fitto sul tubo che separa il marciapiede dalla carreggiata. È l’unica a essere esattamente com’era nello specchio. Alla fine, forse, l’unica persona reale. Me ne vado senza girarmi.

2 Commenti
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Adriana Giotti
1 anno fa

Gli occhi, gli sguardi, l’esteriorità, l’indagine, il desiderio di violare l’apparenza e di chiedersi, ma con pudore e delicatezza, cosa c’è dietro, o davanti. Gli specchi di Borges sono altri. Tu hai descritto l’incrocio tra l’apparizione e la scomparsa, gli “incontri minimi” destinati a consumarsi in pochi istanti, a passare di mano in mano come un quotidiano stropicciato da miriadi di mani, che racconta i fatti, ma non le vite, le persone. Siamo destinati a frugali attese, che conduco lontano, a disperderci nello spazio.