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Squali afffilati
Dopo Hap e Leonard, Ciccio e il Nibbio, la nuova coppia noir, nella loro prima avventura

“Siamo squali affilati, penetriamo muri, macchine e corpi e passiamo oltre, in uno sfavillare di scintille e di gocce di sangue rubine!” – sibilò il Nibbio, mentre sfrecciavamo a 140 sulla provinciale. Seduto accanto a lui, con un vassoietto di vetro in equilibrio precario sulle ginocchia, preparavo una dopo l’altra delle paglie(1) di coca. Quando il Nibbio diceva “Richiamino all’ordine!” gli passavo la paglia accesa che lui consumava con voracità.

Prima di partire ci eravamo fatti tre belle righe a testa, io cercavo sempre di tirare più che potevo perché poi, per il resto della giornata, non ne avrei più avuta, dovevo preparare le paglie per il Nibbio ma potevo solo fare il primo tiro quando gliele accendevo, senza tirare troppo forte altrimenti si incazzava. Poi il Nibbio aveva detto “Andiamo in un posto sui colli Ciccio, ho l’ispirazione di farmi fotografare” e mi aveva allungato una macchinetta digitale con l’obiettivo pieno di ditate. “Pulisci ‘sto schifo Ciccio, che le foto devono catturare la mia gloria aguzza e le mie membra scattanti e irrequiete”.

Così eravamo lanciati sulla provinciale, lui che parlava e io che preparavo paglie e le casse che pompavano metal. A me mi piaceva come parlava il Nibbio, quando lui diceva cose come “squali affilati” a me mi sembrava che erano proprio le parole che avevo in testa, solo che mi venivano in testa dopo che le aveva dette lui. Allora mi sforzavo di trovare io delle parole così fighe, ma con le parole che conoscevo io non mi veniva niente, mi venivano cose come “cinture strette” o “caffettiere di ferro” e mentre mi sforzavo e pensavo il Nibbio se ne usciva con “Siamo diamanti insanguinati, splendiamo di luce obliqua e malata!” e io pensavo ecco le parole che avevo in testa. E si ricominciava, anzi no perché quando mi sforzavo mi veniva il mal di testa e invece dovevo essere efficiente e vigile come diceva il Nibbio.

L’avevo conosciuto nel panificio del quartiere, io ero in coda per il pane cercando di tenere dentro la pancia perché c’era una panettiera che mi piaceva. Ero lì, preso tra tette e pagnotte, quando avevo sentito una voce dietro di me, bassa e con la esse leggermente sibilante, che diceva “Io ti vedo Ciccio, tra zoccoletti e zoccole, ti vedo, tu sei un killer élite, tu sei un inferno di cristallo Ciccio. Io ti vedo, ti va di fare un giro nell’iperuranio?” Mi ero girato e mi ero trovato davanti uno alto poco più di me, smilzo e con le orecchie leggermente troppo grandi, gli occhi spiritati e pochi capelli pettinati all’indietro. Mi aveva detto, senza tendermi la mano, “Sono il Nibbio e cerco rapaci come me per fare stormo, tu sei un rapace Ciccio?”

Non ero sicuro di capire bene cosa stesse dicendo, ma la panettiera bona sembrava interessata al nostro scambio e quindi dissi con tono che voleva essere cool e scazzato “Sono un rapace Nibbio, andiamo a fare stormo”. Come salimmo in macchina il Nibbio mi puntò gli occhi addosso e mi disse “Non trattarmi mai più così Ciccio, non dire mai più il mio nome perché io lo so chi sono e non dirmi il tuo perché tu sei Ciccio e io e te siamo un requiem incombente e innominato”.

Oltre che le parole il Nibbio gli piaceva anche il cinema, io non ci capivo di cinema. Una volta mi aveva portato a vedere un vecchio film che non si capiva niente, si intitolava Velluto Blu, e dopo il Nibbio mi aveva detto “Tu sei fottutamente soave Ciccio, fottutamente soave” e da allora ogni tanto me lo diceva, sempre come se fosse una nuova idea che gli era appena venuta. Avevo scoperto che anche killer élite era un film, chissà perché mi aveva chiamato così la prima volta, ma c’era dentro killer e quindi mi piaceva.

“Siamo la sporca dozzina, siamo quelli che hanno arrostito l’oca selvaggia, siamo la notte brava del soldato Jonathan, viaggiamo su un letto di lacrime sospinto da un vento salato”. Così era il Nibbio, più gli passavo paglie più le sue immagini diventavano strane ma belle, io continuavo a non capire perché le sue parole mi sembravano così familiari ma la mia testa era sempre vuota, forse perché non leggevo e non andavo al cinema, neanche parlavo tanto con le persone.

Poi, come a volte faceva, il Nibbio invertì la marcia e filò a tavoletta verso la città, da dove eravamo venuti.

Non disse più niente, non chiese più paglie.

Arrivati davanti al panificio, partivamo sempre da lì e lì sempre arrivavamo, il Nibbio si girò verso di me, col respiro corto, le orecchie rosse e una goccia di sudore che dalla punta del naso si preparava a tuffarsi sul suo labbro superiore, mi piantò gli occhi addosso e disse con furore trattenuto “Vai fuori dal cazzo ciccione di merda, mi hai rotto i coglioni”.

Scesi dalla macchina lui partì sgommando, guardai attraverso la vetrina e non vidi la panettiera bona. Mi avviai verso casa, entrai nel monolocale e gettai una manciata di cibo nella vasca del pesce rosso morto da una settimana, se magari resuscitava almeno aveva da mangiare.

6 Commenti
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Silvia
6 anni fa

Un requiem incombente e innominato. Urca!

alberto@albertomineo.it
5 anni fa
Rispondi a  Silvia

Grazie luminosa sorella dallo sguardo saettante! Il Nibbio

Adriana Giotti
6 anni fa

A Bukowski sarebbe piaciuto. Anche a me.

alberto@albertomineo.it
5 anni fa
Rispondi a  Adriana Giotti

Senza neanche un po’ di sesso? :-)))

5 anni fa

Mi è piaciuto moltissimo.
Immagini e parole perfettamente bilanciate, personalità lampanti in poche pennellate.

Mi piacerebbe leggere che altro accade ai due.
Può diventare un romanzo?

alberto@albertomineo.it
5 anni fa
Rispondi a  OrientaleSiculaYT

Dobbiamo parlarne io e te, mia saggia consigliera