La giornata di metà luglio è caldissima e grigia. Tutto è grigio: il cielo, il mare, l’espressione dei pochi bagnanti che in questa domenica afosa si sono avventurati su questa brutta spiaggia del nordest.
I due uomini di mezza età stanno seduti su due seggiole in plastica ai due lati dell’ingresso del bar scalcinato che fornisce un ristoro momentaneo dalla calura.
Uno a destra e uno a sinistra sembrano due gargoyle a protezione della porta dalla tenda in fili di plastica multicolore scolorita dal sole.
L’uomo a sinistra è corpulento, ha i capelli ricci brizzolati, il viso largo e malrasato. È vestito di nero e la camicia nera è generosamente aperta sul petto, al collo una grossa catena d’oro. Le mani sono ornate da tre anelli d’oro massiccio, come è d’oro massiccio l’orologio che porta al polso. Si è tolto i mocassini neri e ha affondato nella sabbia le dita dei piedi, che muove lentamente.
Amici e nemici lo chiamano il Manzo, cambia solo il modo in cui pronunciano il suo nome. È abbandonato sulla sedia e traspira vistosamente. Fuma e sorseggia la birra ghiacciata che è appoggiata sul tavolino in plastica accanto alla sedia, guarda il mare come se non lo vedesse. Ogni volta che il Manzo beve un sorso, senza accorgersene passa una mano sul tavolino per spingere via la condensa.
L’uomo seduto a destra è snello e slanciato, vestito completamente di bianco a parte gli stivaletti neri che spuntano sotto ai pantaloni a zampa d’elefante. Anche lui porta la camicia aperta sul petto e la stessa dotazione d’oro del Manzo. È stempiato e ha mani quasi femminili dalle dita lunghe e sottili, che muove con grazia inquietante. Sono le sue dita che gli hanno guadagnato il soprannome di Geco, e così lo chiamano i nemici, amici non ne ha. Anche il Geco beve birra e fuma e guarda verso il mare con espressione assente.
Fuori dal bar, appese in alto, ci sono due casse che riversano la musica selezionata sul jukebox che si trova all’interno. Oggi la musica consiste in una sola canzone, Una rosa blu di Michele Zarrillo.
Il Manzo e il Geco si alzano a turno quando suona l’ultima strofa, chi va dentro ritorna con due birre e dopo aver selezionato un’altra volta la stessa canzone.
Fumano, bevono, ascoltano in silenzio. Non si parlano, non sono amici. Sono legati da quella solidarietà ruvida che si crea tra due uomini che hanno sparato insieme, più volte. Ognuno di loro due sa che un giorno potrebbe trovarsi dall’altra parte della pistola dell’altro.
Era successo al Manzo che il fratello di sua moglie si fosse trovato dall’altra parte della sua pistola. Niente di personale gli aveva detto prima di fare fuoco. Forse era per questo che sua moglie era andata via con la loro figlia e lui non sapeva dove, ormai nemmeno gli importava.
Al Manzo piace quel punto della canzone che dice ma se fossi mia / io ti legherei / con un laccio al cuore che ti faccia male quando te ne vai. Lui avrebbe voluto legare sua moglie con un laccio al cuore e invece aveva provato a legarla con sberle e urla, bestemmie e occhi neri. Non aveva legato niente, lei se n’era andata e forse stava meglio. Il Manzo sapeva che avrebbe dovuto farla cercare e riportarla a casa a mazzate, ma non ne aveva voglia. Era tanto che non aveva voglia di niente.
Il Geco non si toglie mai gli stivaletti neri, dice che mostrare i piedi è una cosa da femmine. Non se li toglie mai, nemmeno per scopare, infatti porta i pantaloni a zampa d’elefante così se li può togliere senza togliersi le scarpe. Non se li era tolti nemmeno quando era andato a farsi operare per un prolasso anale, aveva fatto un tale casino che gli avevano messo le soprascarpe e l’avevano operato con gli stivaletti ai piedi. Dopo la convalescenza l’ultima cosa che aveva detto al medico prima di sparargli era stata “sei l’unico uomo che mi ha visto il culo”.
Al Geco piace il punto in cui dice dicono di te / pare che ci stai / che ti scaldi presto dopo tutto il resto e non ti leghi mai e anche Ma una cosa rara / sono io stasera che la chiedo a te, quando sente questa frase la mima con le labbra.
La domenica trascorre lenta, i due uomini fumano, bevono e guardano il mare con espressione assente. Rimettono ancora la stessa canzone e ognuno di loro ritorna nei suoi rimpianti, nei suoi fantasmi, nel suo niente.
Io ripeto che alcune delle tue immagini aprono mondi da romanzo.
Questa è una di quelle.